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Orario d'apertura:
12-14.30 (ristorante e pasto veloce)
19.30-22.30 (solo ristorante)
Domenica e lunedì: chiuso
Nabil - nobile - è il suo nome ed è anche il nome del ristorante di cucina araba che gestisce dal "nove, nove, ottantanove". La prima cosa che mi fa conoscere di sé e della sua cucina sono una macchina fotografica digitale e un computer, che tiene a portata di mano: in un angolo, tra sedie e tavoli. E' un appassionato navigatore e, più di lui, lo è suo nipote che "smanetta" anche fino alle tre di notte.
Il racconto della sua storia inizia con l'arrivo a Genova, trent'anni fa, e l'intenzione di studiare ingegneria. Finiti i soldi, però, ha dovuto scegliere tra tornare indietro o arrangiarsi. Presa la decisione di restare, ha lavorato come cameriere e ha incominciato a cucinare per i suoi amici, nel tempo libero, per ritrovare i gusti della sua terra: combinazione di sapori tra Palestina e Giordania. Il primo locale lo ha aperto a Sampierdarena, ma poi si è trasferito nei vicoli che gli ricordano il mondo arabo, non quello in cui lui - palestinese esiliato nel quarantotto in Giordania - è cresciuto, ma quello che ama di più: antico, colmo di tradizioni e storia.
Nabil ha imparato a cucinare da sua madre e sono i piatti della sua infanzia quelli che cucina per la clientela, ponendo molta attenzione a utilizzare ingredienti genuini e a rendere il panorama dei gusti il più vario possibile. Gli elementi base della sua cucina sono i legumi, la carne d'agnello, le spezie e lo yogurt. Il pane, poi, è fondamentale e lo fa lui, ogni giorno. Il piatto più tipico è il Mansaf: piatto nazionale giordano con carne di agnello, pinoli, mandorle abbrustolite, riso e yogurt cotto. Mentre quello più richiesto è il cous - cous, che con Nabil c'entra veramente poco, visto che è un piatto nord africano. Inoltre mi spiega che cous cous è un nome inventato, probabilmente dai francesi, e che in arabo il termine cousha tutto un altro significato. Incuriosita, gli chiedo: "Quale?". Lui è titubante e allora incalzo: "Si tratta forse di una parolaccia?", e lui risponde: "No, no: tutt'altro". A quel punto, non riesco più a resistere: lo guardo fisso, con l'aria di chi vuole conoscere la verità a qualunque costo. E così cede e mi spiega che cous, in Marocco, sta a indicare "l'organo genitale femminile", ma che ormai anche lì ha assunto il significato occidentale.
Non riesco a trattenere il pensiero, che fila dritto alle donne nordafricane e agli chador, ai divieti, alle mutilazioni. Ma è solo un attimo, poi mi riprendo, guardo Nabil che mi sorride, e che mi dice che presto, in "rete", ci sarà anche lui: i suoi nipoti gli stanno costruendo il sito, il cui "pezzo forte" sarà il cartoon di un'avvenente danzatrice del ventre.
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