27 dicembre 2005
Io sono un autore "di genere". Ho scritto tre romanzi noir pubblicati dalla
Fratelli Frilli, un piccolo e giovane editore ligure, che raccontano in prima persona le sconclusionate indagini di un investigatore genovese chiamato
Bacci Pagano. I libri hanno avuto un successo strepitoso, prevalentemente a Genova e, più limitatamente, nelle riviere.
Non lo dico per autopromuovermi o per farmi bello, ma perché, trattandosi di un fenomeno insolito per un mercato editoriale limitato come quello genovese, inducono a una riflessione che riguarda il tema del nostro incontro di oggi.
A sentire le osservazioni del pubblico, incontrato nelle numerose presentazioni, le ragioni di questo successo vanno infatti ricercate essenzialmente in tre ingredienti:
il paesaggio,
il personaggio e
la memoria storica. Tre elementi, strettamente interconnessi tra loro, che riempiono i miei romanzi fino ad esaurirne il contenuto. Peraltro, le indagini di Bacci Pagano sono gialli mancati, e si inscrivono nel genere
crime story guardando alla lezione dei grandi autori del noir mediterraneo, anzitutto
Vázquez Montalbán (vincitore del Grinzane nel 2000) e
Izzo. Le trame poliziesche sono piuttosto esili, il "giocattolo" del meccanismo narrativo giallo è piuttosto sconclusionato: c'è poco mistero, poca
suspence, poca azione.
Come tutti sanno, il paesaggio del noir, sia europeo che americano, è quello urbano.
La città rappresenta il luogo dove le piccole, sporche vicende in cui ci scappa il morto incrociano le grandi questioni storiche del nostro tempo: anzitutto la marginalità sociale, l'immigrazione, il divario tra il mondo ricco e quello povero, le guerre e il primato assoluto dell'economia. Le grandi città che si affacciano sul Mediterraneo, come Barcellona e Marsiglia, coi loro porti e il loro mare spalancati sull'"altro mondo", si sono prestate magnificamente a raccontare tutto questo.
Genova, che in fondo è una piccola città,
ha un grande passato remoto, che troviamo scolpito nelle vie e nei palazzi del suo centro storico, e un grande passato recente, riconoscibile nei fossili industriali del Ponente e della Valpolcevera. La sua grandezza storica, fatta di
dominio mercantile e di
produttività industriale ad alto contenuto tecnologico, è stata oggi soppiantata dal piccolo cabotaggio della rendita finanziaria, dalla ricchezza nascosta nelle banche e dagli affari del mercato immobiliare.
Scavare nel paesaggio genovese significa portare alla luce questa difficile transizione, che attiene all'essere, prima che al fare. All'identità, prima ancora che all'economia e alla progettualità politica. La città del
banco di San Giorgio e della
aristocrazia operaia degli anni settanta non c'è più, anche se l'ossatura identitaria che sopravvive è ancora quella, incarnata da
quattro o cinque grandi famiglie che affondano i loro interessi nell'attività amatoriale e portuale, e dai prepensionati del porto e dell'industria, ormai ultrasessantenni, che una onesta politica ispirata ai valori del movimento operaio ha salvato da un destino di miseria ed emarginazione.
La città antica, coi suoi contrasti di luce e di ombra, di calma e di vento, di lusso e di degrado, non è molto diversa dai centri storici di
Napoli,
Cagliari e
Palermo, e di tutte le grandi città mediterranee della Francia, della Spagna e della Grecia. Un perenne cantiere aperto, crocevia di uomini di tutte le razze, luogo di conflitti e di inedite esperienze di scambio e convivenza, segnato dalla fame di spazi e dalla sete di luce. Gli odori e gli umori dei suoi carruggi descrivono in maniera esemplare i tratti di una mentalità e di una cultura: la grandezza, a Genova, va cercata alzando il naso verso impensabili scorci racchiusi nell'angusta prospettiva di un vicolo. Le piazze sono poche, e dicono poco. Negli angoli dei più asfittici carruggi si trovano preziose edicole votive e portali di marmo e di ardesia, e perfino torri medievali che nessuno può vedere se non dall'alto di certe vedute, come il belvedere di
spianata Castelletto.
I portoni vecchi e rabberciati dei palazzi più cadenti nascondono scalee di marmo da mozzare il fiato, e lungo quelle scale troverete bugigattoli abbandonati ai ratti e agli immigrati clandestini, ma anche appartamenti da sogno, affacciati su terrazze che dominano l'intera città.
Questo nascondersi della bellezza e della ricchezza, questo gioco di contrasti, è costitutivo di un paesaggio urbano che rispecchia un complesso paesaggio sociale e umano. Perché qui, a differenza di molte altre città italiane ed europee,
alla politica va riconosciuto il merito di non aver promosso il dislocamento della marginalità nelle periferie. Un equilibrio virtuoso tra il centro e le delegazioni, che hanno sempre vantato una netta fisionomia e una marcata identità, ha evitato il sorgere delle
banlieu, e il paesaggio urbano non ha suggellato un processo attivo di esclusione e marginalizzazione sociale e culturale.
Nel centro storico di Genova oggi il ricco e il povero, il genovese indigeno doc e l'immigrato recente, l'intellettuale e la prostituta convivono a stretto contatto. Dunque, né agli uni né agli altri conviene ostentare troppo il proprio status etnico e sociale.
Marcare troppo le differenze non paga. L'arte di convivere, non meno laboriosa di quella di sopravvivere, si rivela spesso un'arma a doppio taglio. Essa può declinarsi in uno sforzo culturale di reciproca inclusione fondata sul rispetto dell'altro e della sua diversità, oppure esitare nel razzismo. La prima opzione, figlia dell'idea che ci sono più stelle in cielo di quanto noi possiamo immaginarne, ispira una concezione della vita basata sull'apertura curiosa al mondo, e dunque sulla conoscenza piuttosto che sul giudizio e sul pregiudizio. La seconda opzione, dogmaticamente ancorata all'assunto che polenta e osei sia il miglior piatto possibile (senza nulla togliere alla indiscutibile bontà della polenta cogli uccellini), intorno al piatto regionale (o al modo di vestire, di parlare o quant'altro, per non dire di certe grottesche trovate, come le scritte stradali in dialetto, che risultano illeggibili anche per gli stessi dialettofoni) costruisce una impalcatura identitaria tanto rigida quanto fragile, e promuove l'idea che per essere se stessi bisogna rimanere quello che si è. È insito, in questa convinzione, un alto rischio di fare la fine del topo.
Perché, osservandola con troppo zelo, non si cresce, non ci si emancipa, non si incrementano conoscenze e bisogni.
Paradossalmente Genova, che
è una delle città più conservatrici d'Italia, ha sviluppato piuttosto il primo atteggiamento che non il secondo. Non so se questo dipenda dalla sua fisionomia di città portuale e industriale piuttosto che agricola, e dunque naturalmente disposta a vedere il transito di uomini come una risorsa anche economica. Resta il fatto che in un centro storico (ma anche nelle periferie) dove pure l'immigrazione ha qualche volta comportato emergenze legate alla sicurezza dei beni e delle persone,
non si è sviluppato alcun atteggiamento xenofobo. Forse perché, da almeno due secoli, il centro storico è stato abitato dai portuali, dai malavitosi e dagli emarginati. Ancora oggi ci vive una larga fetta di popolazione, prevalentemente anziana, di origine proletaria e sottoproletaria, che vanta un secolare radicamento nelle zone del Molo, del Castello e del Borgo.
Dopo i fasti della Serenissima Repubblica Marinara, la classe media e medio-alta lo sta rioccupando in tempi recenti, e si trova lei a essere 'accolta'. Oggi ancora è così. Domani non saprei cosa succederà. Probabilmente, se la politica non gli verrà in aiuto, i poveri verranno buttati fuori con una operazione, più o meno dolce, di
derattizzazione sociale ispirata dagli appetiti del mercato immobiliare. Ma, a quel punto, la città antica avrà cambiato pelle e anima, e occuparsene, anche in letteratura, diventerà assai meno interessante.
Ancora a proposito del significato identitario del paesaggio. Negli ultimi 20 anni abbiamo assistito a eventi (dalle celebrazioni colombiane alla città capitale europea della cultura) di cui Genova ha fatto tesoro per trasformare radicalmente ampie porzioni del suo territorio, senza snaturarle. La scelta di
portare l'università là dove erano ancora le macerie della guerra (Le mura di Malapaga di René Clement), o nelle aree industriali dimesse del porto, ha riempito il centro storico e l'angiporto di giovani e di attività commerciali e artigianali che lo hanno reso vivo e vissuto. Negli ultimi anni nei carruggi è sorta una moltitudine di locali che li hanno fatti pullulare di una vita notturna sconosciuta fino agli anni ottanta. Anche la scelta di pedonalizzare certe zone si è rivelata azzeccata, ed ha prodotto effetti benefici al turismo e al commercio.
Ma non tutto è così idilliaco. Soprattutto perché ho la sensazione che Genova, al pari di molte altre città del mediterraneo, vagola alla
ricerca di una collocazione nel futuro postindustriale. Non è certo con il turismo che si può rimpiazzare la grande industria di stato ormai smantellata. E anche il porto non ha sufficiente capacità di assorbimento occupazionale per garantire prosperità a una città che sta diventando troppo vecchia e troppo assistita. Si tratta di questioni che riguardano l'economia e la politica. Ma è evidente che si stanno consumando le basi materiali dell'identità della città, ed è bene ricordarselo prima che sia troppo tardi.
Il paesaggio, dunque, è per me anzitutto luogo della memoria e della identità. Racchiude in sé le ferite e l'orgoglio dell'anima, perché custodisce gelosamente le tracce di una storia. Attraversare quella storia ha riempito di senso il mio percorso biografico, e anche quello del mio personaggio.
Bacci Pagano è un detective ex sessantottino, pessimista, umorale, nostalgico e ambivalente.
Fare giustizia non rientra nelle prerogative del suo sporco mestiere. Se mai, guadagnare abbastanza per sopravvivere decentemente. Ma, anche nel noir, non basta salvare la pelle se si perde l'anima. E, infatti,
salvare l'anima è per Bacci più importante che scoprire gli autori del delitto. Questo lo spinge a scavare nella storia e nella vita delle vittime e degli assassini, alla ricerca di un senso che, generalmente, non ha alcuna finalità pratica, se non quella di certificare la continuità dell'anima nel flusso della storia.
Come la
Vairara de
Le parole la notte di
Francesco Biamonti (anch'esso, a modo suo, un noir mediterraneo), anche i carruggi assistono al flusso inarrestabile della storia, con le sue ingiurie e le sue brutture, nel disperato tentativo di conservare qualcosa di buono, un senso di continuità della vita.
Sabato scorso Genova ha celebrato i
75 anni di un suo poeta: Edoardo Sanguineti. Un intellettuale per molti versi scomodo, un artista per molti aspetti ostico. Genova lo ha festeggiato nel suo maggior teatro, il Carlo Felice, che era pieno all'inverosimile. Anche questo è uno scorcio di paesaggio di Liguria. Dice molto di questa città, e della sua anima non ancora perduta. Ci segnala, forse, un barlume di speranza per il futuro.
Bruno Morchio