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Polena
 

Polena, si chiude

 
Capolinea per uno dei locali storici dei caruggi. Ventitré anni di birre e piadine, dai paninari all'hip hop. Il brindisi domenica 22
 
   

     
20 gennaio 2006
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di
Giulio
Nepi
   
«Qui dentro si è fermato il tempo», mormora sconsolato Massi abbracciando con lo sguardo le pareti e i tavoli un po' sgarrupati della Polena. In effetti, da quando sono in età da birra, fra queste quattro mura non è cambiato niente. Ma da lunedì 23 gennaio 2006, il tempo riprenderà a scorrere. «Chiudiamo, domenica 22 a mezzanotte ci berremo le ultime birre della Polena».

Proprio così. Uno dei locali storici del centro storico chiude definitivamente i battenti, spezzando il cuore a centinaia di affezionati. Ma come è potuto succedere?
«Molto semplice: fine locazione. Il contratto di affitto è scaduto e non ce lo rinnovano». E quindi cosa ne sarà del locale? «Boh. Di sicuro non potranno farci altri pub, a meno che non salgano di categoria». In pratica, mi spiega, locali fighi o fighetti, con prezzi di conseguenza.
Ma se i ricordi restano in vico del Filo, per fortuna lo stomaco si trasferisce poco lontano: Massimo ed Enzo hanno infatti rilevato l'ex-Cittadella, in vico Cinque Lampadi. E riapriranno la baracca: «tutto quello che vedi qui lo ritroverai là, piadine comprese. Per il nome siamo ancora indecisi, o "Polena" o "Polena ‘83". L'83 è un po' polemico».

'83 sta infatti per 1983, anno di nascita del locale. Era una Genova molto diversa. «Pensa che io ero all'inaugurazione, per caso. Era un posto rivoluzionario per la città, e va dato giusto merito al suo papà, Gino Zanoni. Ai tempi in centro storico c'erano soltanto il Britannia e la Panteca: la Polena fu il primo a puntare sul cibo. Allora parlare di piadina a Genova era come parlare di pesto in Turchia, ma come vedi fu un'idea che a 23 anni di distanza funziona ancora».
Intorno, quasi tutto è cambiato. «Questo locale ha resistito all'avvento degli american bar negli anni'80, alla pedonalizzazione, al G8, ai wine bar, alla movida». «E a due guerre», aggiunge Enzo, che nel frattempo ci ha raggiunto. «Durante la prima Guerra del Golfo la gente affollava la stanza di sotto, qui sopra era tutto deserto», ricordano i due. Paura degli SCUD? «No, è che in basso c'era la TV», ridono.

Massimo ed Enzo arrivano poco prima di Desert Storm. «Abbiamo rilevato il locale venerdì 4 maggio 1990, alle 18.00», ricordano. «Eravamo in tre allora, avevamo tra i 24 e 29 anni e frequentavamo la Polena da clienti. Una sera abbiamo chiesto al signor Zanoni "ce la vendi questa latteria?", ed è iniziata la nostra avventura».
Dai paninari all'hip hop, passando dai metallari e skin. «Ma la gente è fondamentalmente sempre la stessa. È questo lo strano di questo posto. Conosco persone che vengono qui da quando ci venivo io da cliente!».

Oltre alle mode è cambiata anche la città. «Per me il via è stato l'abbattimento della caserma dei pompieri. È stato un segno, da allora c'è stato un cambiamento di mentalità riguardo il centro storico: ora la gente ci vive, non lo usa solo per il passeggio», commenta Massi.
Enzo sintetizza: «Adesso si vive meglio. Prima era buio, vuoto, pericoloso. La gente usciva dal locale e andava in su, perché dopo di noi non c'era più niente, ora esce e va in giù».

Cala il sipario sulla Polena, un altro pezzo di città scompare. Il nuovo è positivo ma non a tutti i costi, il passato conserva pur sempre memoria di quello che eravamo: per riavere un centro storico vivo si sono accettati molti compromessi, forse si sta avvicinando il momento in cui una riflessione su cosa vogliamo diventare si rende necessaria.
Toc toc, c'è nessuno?
 
 
 
 
 
 
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