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Genova. Un martedì di aprile qualunque. Percorro la famigerata via Prè, da levante a ponente. «Sembra di essere a Spaccanapoli», mormorano stupiti alcuni foresti, forse lumbard, alle mie spalle. Niente di più vero: a destra e manca è un viavai incessante di uomini e donne di ogni nazionalità. Nella penombra scorgo un susseguirsi di macellerie islamiche e call-center ecuadoriani, ristorantini tipici e mercatini di stoffe afro. Ogni tanto degli operai scherzano tra di loro, si scambiano sberleffi in idiomi incomprensibili.
Qui è dove affluivano gli emigrati dal Mezzogiorno, con la valigia di cartone, negli anni del boom. Adesso i protagonisti si chiamano Andrès, Yusuf, Mehmet, Nwangwo. I meridionali di ieri si sono trasferiti in massa a Ponente, Lagaccio, Oregina. Alcuni hanno comprato casa. Quelli di oggi in parte lo stanno facendo pure loro. In parte no, e risparmiano qualche soldo ogni giorno in attesa che prima o poi arrivi la loro chance. Per lasciare il posto ai new comers, i nuovi arrivati di domani, e a quelli dopo di loro ancora.
Qui Apo il Profeta ha preparato nel lontano '97 i primi kebab della storia genovese. Prima di vendere negozio e forniture a nuovi concorrenti e spostarsi più a levante con l'Orient Express. Adesso in questo spazio c'è il Mesopotamia, insegna accattivante con al centro una palma verde, brillante, fantasiosa. All'interno, si scorge un poster della Mecca stracolma di pellegrini.
Entro senza indugi e mi imbatto in A., curdo. Lui lavora qui da circa quattro anni, insieme a tre connazionali.
Sempre al Mesopotamia, a preparare kebab. Intanto ordino una pita, la più semplice: pomodoro, insalata, carne e patate fritte. «Poca salsa, per favore», dico.
È gentile, A., e nonostante l'ora si presta a scambiare due chiacchiere. Risponde alle mie domande, a partire dalle più banali: da quanto siete qui, come vi trovate a Genova, quali problemi avete incontrato nel quartiere, eccetera. Tra una battuta e l'altra entrano avventori che lui provvede compunto a sfamare. Sono tutti stranieri, con alcuni parla nella sua lingua. Scherzano, sorridono, si scambiamo una stretta di mano, poi prepara loro da mangiare.
Intanto, mi fa sapere che problemi particolari, lui ed i suoi, non ne hanno mai avuti. Se non fosse per via Prè, popolata di sera da tipi poco raccomandabili. «Maghrebini soprattutto, a volte ubriachi» - precisa il mio interlocutore - «a volte tanto per dare fastidio a qualcuno». E gli italiani? «Gli italiani no», assicura A. Che aggiunge: «Di italiani qui non se ne vedono mai. Al massimo si fanno vivi la sera, entrano nelle pensioni da una stella e fanno quello che fanno». Tutto fin troppo chiaro.
A questo punto faccio per congedarmi. Sto per uscire quando mi ricorda che a pochi passi da lì, in via Gramsci, Mesopotamia ha aperto da poco un locale gemello. Ancora turco-curdi, ancora gyros e kebab. Ancora una piccola catena partorita tra le sponde del Tigri e dell'Eufrate.
Vado a verificare: è tutto vero. Stessa identica insegna, stesso sobrio ambiente interno decorato con piastrelle bianche e gialle. Dalla soglia, senza entrare, leggo gli attestati burocratici che riguardano il neonato locale. La data di apertura - recita la licenza - è novembre 2005. Il kebab più giovane della città!
Giorgio Silvestri
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