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La copertina di Magni Animi Viri degli Heroes Temporis
 

C'era una volta il rock: news prog

 
'Heroes Temporis' dei Magni Animi Viri: progetto ambizioso, ma l'ascolto č difficile. L'album dei Faveravola, prog-pop a tinte pastello
 
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24 aprile 2007
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di Riccardo Storti
   
Tempo di opera rock, tempo di concept album. Tempo di prog in stile antico. Riemergono le pretese e - si sa - con quelle pure le tentazioni. Quanto vi presentiamo questa settimana aderisce a due progetti assai diversi nella forma, ma vicini nell'ideologia musicale e nella sostanza sonora.
Da Salerno arriva l'ambiziosissima proposta dei Magni Animi Viri, Heroes Temporis: una rock opera dal plot onirico con rifrazioni filosofiche, arricchite da cori in latino, diretta nei minimi particolari. Anche l'occhio vuole la sua parte: copertina tipo trailer di History Channel con bordi dorati e booklet interno patinato. L'idea è di due musicisti di estrazione classic-progressive (Luca Contegiacomo e Giancarlo Trotta), ma le "maestranze" utilizzate passano attraverso la presenza di sessionman preparatissimi e dalle alte referenze (Nuova Compagnia di Canto Popolare, Yngwie Malmsteen, Steve Vai, Edoardo Bennato, Gigi D'Alessio) con l'aggiunta della Bulgarian Symphony Orchestra Sif. 309 diretta da Giacomo Simonelli. Non si scherza.

L'ascolto, però, risulta molto, ma molto faticoso. Si procede per standard e luoghi comuni: intelaiature per "gruppo rock e orchestra" già metabolizzate nei secoli dei secoli (Deep Purple, New Trolls, Osanna giù giù sino ad arrivare ad Alan Parsons Project e a John Miles o a Maurizio Fabrizio di Movimenti nel cielo); di sincero contorno il baroccheggiare degli archi che tendono a muoversi su figure ripetitive, consumate e prevedibili; kitsch alcune soluzioni di dubbio gusto (l'inserimento della voce tenorile e del coro). Colpi di teatro affidati alla macchina ritmica heavy di un granitico duo basso-batteria o al solito coniglio tirato fuori dal cilindro, che non scontenta mai il cultore delle semibiscrome in fuga sulla Stratocaster. Unica nota positiva, il talento vocale di Ivana Giugliano.
È un lavoro curato, quasi all'eccesso, per tale motivo ipertrofico e datato. Non convince la scelta estetica e "pratica" alla base dell'impianto. C'è l'impressione che si voglia urlare al mondo quanto siano bravi i primi della classe. Troppi professori e troppi maestri, ma che fine ha fatto il rock?
Forse si è perso nella cassa del doppio pedale.

Dal Veneto giunge La contea dei cento castagni dei Faveravola. Un progressive pop a tinte pastello, piuttosto deciso a cogliere il testimone lasciato da storiche band nazionali. In realtà, si tratta di una reprise, visto che i componenti dei Faveravola suonavano già oltre trent'anni fa in diversi gruppi dell'area di Treviso. Oggi si sono ritrovati e hanno raccolto quegli appunti di un tempo nella storia di una fantastica contea. I riferimenti più spontanei corrono ai Delirium di Dolceacqua, agli Errata Corrige, in parte anche alla Famiglia degli Ortega ma anche a band conterranee come le Orme (non sarà un caso che vi sia un passaggio del vocalist Aldo Tagliapietra), i Capsicum Red e i semisconosciuti Eneide. Non mancano suggestioni albioniche percepibili dalla discografia "protoprog" dei Procol Harum, Moody Blues e Barclay James Harvest. Il CD (prodotto dall'instancabile Loris Furlan della Lizard Records) racconta un'epopea fantasmagorica ambientata in un Medioevo di maniera tra sonorità anni Settanta di Hammond, chitarre elettriche riverberate, strumenti acustici (flauto e violino) in una sorta di canzoniere dai contorni datati, ma comunque avvincente per i cultori di materiale vintage.
 
 
 
 
 
 
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La copertina di La contea dei cento castagni dei Faveravola
 
   
 




 

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