In principio fu
Sergeant Pepper? Può sembrare il solito luogo comune, perché questo disco - in tutta la sua prorompente monumentalità sinestetica (dai colori della copertina ai suoni del vinile) - si presta. Ma è così. Non ci si può fare nulla.
La rivoluzione copernicana del rock. Era già da un bel po' che i baronetti provavano una certa uggia per l'adolescenziale yeyè. Così si mettono in cammino, alla ricerca di nuove strade espressive. Quel segnale alla fine di
Revolver (1966),
Tomorrow Never Knows, con tape loop, assoli alla rovescia, sonorità psichedeliche, sa già di svolta.
Sergeant Pepper's Lonely Hearts Club Band sboccia - non dal nulla - con i suoi testi visionari, le inedite armonie e i flirt dichiarati con la musica colta e quella orientale. Dopo
Sergeant Pepper's il rock non sarà più lo stesso e questa tendenza progressiva verrà ulteriormente accentuata dall'irripetibile gemellare appendice a 45 giri
Strawberry Fields Forever/Penny Lane, nonché da ulteriori felici ricadute dello spirito pepperiano (
I Am The Walrus,
Revolution n. 9 sino ai medley di
Abbey Road).
Durante quel 1967 i Beatles scoprono gli arrangiamenti orchestrali (grazie all'insostituibile mentore George Martin) e tastiere dai suoni avveniristici:
Strawberry Fields Forever non sarebbe più la stessa senza quei flauti simulati dal mellotron; il sintetizzatore Moog, a breve, comincerà a fare capolino sui solchi dei Fab Four.
Si potrebbe obiettare che questa spinta progressiva fosse in atto già da un bel po'. Mi riferisco a
Frank Zappa che, però, - guarda un po' - subisce, comunque, il fascino "iconico" del capolavoro beatlesiano, quando, un anno più tardi, uscirà con
We are only in it for the money.
Altro mito da sfatare?
Sergeant Pepper's come primo concept album della storia del rock. Paul McCartney negò sempre. Nonostante la manifesta finzione della banda dei cuori solitari, i Beatles non volevano raccontare alcuna storia. Però l'idea che, all'epoca si trasmise, non fu quella e l'equivoco venne sostenuto da geniali stratagemmi (pensiamo alla reprise della title track), dal tradimento della forma canzone nella finale
A Day In The Life e dal compiacimento poetico e ambiguamente autoreferenziale delle liriche. Senza volere, tutto ciò si fece grammatica e i manuali per l'uso divennero pane quotidiano per gli artisti in erba.
A proposito di
A Day In The Life, Robert Fripp dei King Crimson ne racconta lo shock: "Era come ascoltare contemporaneamente Hendrix, Clapton con i Bluesbreakers di John Mayall, i quartetti di Bartòk, la Sagra della Primavera di Stravinskij, la Sinfonia dal Nuovo Mondo di Dvorak: ognuno mi parlava allo stesso modo. Tutto era musica. Forse dialetti diversi, ma figli della stessa lingua". (Erich Tamm, Robert Fripp -
From Crimson King To Crafty Master oggi in rete:
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Questione di pochi anni e anche il Re Cremisi avrebbe raccolto - a suo modo - l'eredità del Sergente Pepe, attraverso una serie di mediazioni (leggi
Moody Blues e
Procol Harum) che avrebbero di fatto inventato il progressive rock.