Luca Caminati
È genovese, e martedì 10 luglio 2007 era ospite della libreria Books in the Casba per presentare il suo ultimo libro su Pasolini. Ma Luca Caminati - è di lui che stiamo parlando - vive negli Stati Uniti, dove è Professore presso il Dipartimento di Lingue e Letterature Romanze e di Film&Media Studies della Colgate University, nello stato di New York.
Noi, invece, lo abbiamo contattato telefonicamente in un altro posto ancora, in Marocco, dove in questo periodo sta trascorrendo qualche giorno di vacanza.
È stato piacevole chiacchierare con Luca e scoprire le tappe che lo hanno portato a trasferirsi oltreoceano: «da ragazzo non avevo mai pensato di muovermi dall'Italia» ha confessato, «ma mentre studiavo Lettere e Letterature Straniere all'Università di Genova, grazie al Professor Lorenzo Coveri, ebbi l'opportunità di trascorrere un periodo di tempo in Vermont. Poi tornai negli Stati Uniti per un Master, e successivamente per un Ph.D., il cui sbocco naturale non poteva che essere la carriera accademica».
E non avresti preferito insegnare in un'Università italiana?, gli chiedo. «I posti erano pochi, e poi negli Stati Uniti il cinema è una materia trattata molto più seriamente», ha spiegato Luca, che ha poi rapidamente delineato il profilo degli Atenei statunitensi: «le università americane sono come una bolla: luoghi cosmopoliti in cui si riuniscono persone provenienti da tutto il mondo e ai quali sono riservati grandi finanziamenti. Quindi alla fine sono contento della mia scelta, soprattutto perché ho avuto la possibilità di conoscere tante persone e allargare il cosiddetto panorama intellettuale».
Ma lasciare il proprio Paese costa sicuramente molto in termini affettivi: «da una parte avverto sempre il desiderio di tornare, credo che sia normale. Di solito rientro in Italia due o tre volte all'anno, ma rimango sempre in stretto contatto con Genova grazie alle e-mail. Quando mi sono trasferito negli Stati Uniti, nel 1994, la posta elettronica cominciava a fare i primi passi: ora non posso più fare a meno di un computer per controllare la mia casella di posta. Come si dice, sono addicted to e-mail».
Passiamo ora al libro Orientalismo eretico. Pasolini e il cinema del terzo mondo, «lo sviluppo della mia tesi di dottorato», ha detto Luca. «Nonostante i numerosi contributi critici sull'opera pasoliniana, ancora mancava uno studio monografico tra Pasolini e l'Oriente. Pasolini si recò per la prima volta in India nel 1960, insieme ad Alberto Moravia. Da allora i suoi contatti con i paesi che lui definiva "del Terzo Mondo" si fecero assidui, fino a toccare i 10 viaggi all'anno in paesi come Eritrea o Yemen. E da questi viaggi ricavava molti reportage filmati o sottoforma di articolo di giornale. Il libro è dunque una ricostruzione cronologica del rapporto tra Pasolini e il Terzo Mondo ed evidenzia gli sviluppi e i cambiamenti di tale rapporto fino alla realizzazione di Edipo Re, che fu girato proprio qui in Marocco».
I documentari girati da Pasolini in Palestina, India e Africa, però, non sono tanto interessanti dal punto di vista del contenuto dell'oggetto di studio: al contrario, spiega Luca, «è significativo notare come, nel periodo in cui Umberto Eco pubblicava Opera Aperta, Pasolini utilizzasse la forma aperta. Si tratta dunque di documentari lasciati "aperti" affinchè fosse lo spettatore a completarli e a riempire i buchi. Il che dimostra il suo ruolo di vero e proprio pedagogo».
Passiamo al cinema italiano di oggi. Quali film italiani recenti si conoscono in America? Il successo di Benigni con La vita è bella risale ormai a dieci anni fa: «in realtà non molti altri film sono stati distribuiti nelle sale americane. Mi vengono in mente Io non ho paura di Salvatores o La bestia nel cuore della Comencini, entrambi candidati all'Oscar, che però non hanno riscosso un grande successo. Un discorso a parte merita La meglio gioventù, distribuito unicamente a New York e Los Angeles e lodato dalla critica: il New York Times l'ha addirittura definito il film dell'anno ma, probabilmente a causa della lunghezza, è stato totalmente ignorato dal pubblico».
Hanno sollevato un polverone le recenti dichiarazioni di Quentin Tarantino, che ha definito "deprimente" il nuovo cinema italiano. «In parte ha ragione», ride Luca, «ma sono davvero pochi i film italiani che arrivano negli Stati Uniti, e quasi tutti tendono a riflettere una visione dell'Italia che possa soddisfare il desiderio orientalista dello spettatore americano: basti pensare a pellicole come Il Postino o Mediterraneo. Tarantino non può avere una visione molto chiara». L'Italia, quindi, produce anche film validi: «se penso a registi come Matteo Garrone, Luca Guadagnino o Gianni Amelio non può dire che il cinema italiano sia in crisi: ci sono molti lungometraggi validissimi, il fatto è che non sono conosciuti in America».
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