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Raccoglie favole e scrive poesie. Da appassionato lettore della rivista Andersen si è fatto giornalista e critico letterario, mettendo a frutto una fascinazione forte per le tradizioni e culture popolari. La letteratura quella per l'infanzia in particolare l'ha praticata facendo per anni l'educatore (nei servizi sociali di prevenzione del disagio minorile). Oggi è ancora quello il suo pubblico preferito per testare una storia: i bambini che Anselmo Roveda continua a educare in laboratori e incontri (in particolare al centro socio educativo di Oregina a Genova ma anche in varie scuole in giro per la penisola). «I bambini sono i miei primi lettori - afferma con un sorriso sornione sotto i folti baffi - ma sono anche uno straordinario serbatoio di immaginario e narrazioni. Con loro conduco un laboratorio di lettura ad alta voce per arrivare alla condivisione di costruzioni narrative. Una delle ragioni per cui ho cominciato a scrivere è per trasferire la mia relazione con loro, la passione che mettono nella ricomposizione del mondo: un punto solido per rimettere sempre in moto il dialogo interculturale».
Fresco di stampa, è il volume di fiabe per Terre di mezzo, Il cammello che sapeva leggere. Favole e racconti popolari del Mediterraneo, una riscrittura di fiabe tradizionali, illustrata con semplici, ma accurate e originali, soluzioni di collage da Chiara Dattola. Il volumetto è l'ultimo di una trilogia partita nel 2005 con Il giorno in cui il leone regalò una coda agli animali. Favole dell'Africa Nera (arrivato alla terza ristampa, con più di 20mila copie vendute), seguito nel 2006 da La bella sposa grassa e altre fiabe africane (entrambi illustrati da Allegra Agliardi). E per il prossimo anno sono già in programma altre uscite con la casa editrice Sinnos (Roma): «nel febbraio 2008 uscirà un volume, illustrato da Dido, con due racconti brevi dal titolo To detto zeta: un gioco su assonanze, rime e immagini surreali per la fascia d'età 6-11 anni. Nella storia che dà il titolo al testo racconto dell'avventura degli animali dello zoo di Zagabria fino all'incontrò con Belzebù, con un'evidente insistenza sulla lettera z. L'altro racconto Il piroscafo di poche parole, narra delle vicende stravaganti che coinvolgono un piroscafo staccatosi dalla banchina e chi resta. In autunno invece arriverà in libreria un libro di intercultura per piccolissimi sui versi degli animali e la loro declinazione specifica nelle diverse lingue sotto forma di filastrocca».
Se per una fiaba tutta sua Anselmo non mostra particolare urgenza è perché oltre alle raccolte già menzionate il lavoro di ricerca e studio delle tradizioni popolari l'ha portato già dentro il vivo di una narrazione orale fertilissima e piena di varianti, il cui risultato si legge in Pupun de pessa. Ninna nanne e orazioni della buonanotte nella tradizione ligure, (Feguagiskia'Studios Edizioni, 2005) - pubblicazione a lui molto cara, frutto di una ricerca durata anni e fatta di molte testimonianze registrate in presa diretta - e in La partenza. Canzoniere del Trallalero. Storie e testi dell'antico canto dei genovesi, (Feguagiskia'Studios Edizioni, 2006), creato in collaborazione con Laura Parodi (cantante) e il recentissimo Quelli della Gorgona, (Feguagiskia'Studios Edizioni, 2006), dove si raccolgono le storie e le testimonianze della tradizione marinara - già di stampo industriale - della pesca all'acciuga tra il 1900 e il 1930. «In particolare i materiali provengono da Camogli dove sono raccolte appunte memorie di una trazione che era di tutta la riviera ligure. Gli equipaggi (fino a 60/70 leudi), composti in modo misto da liguri e no, partivano il 15 maggio alla volta di Livorno e stavano fuori per tre mesi, si tornava il 15 agosto. Era quello il periodo di massima crescita delle acciughe, era infatti prevista una rete a maglie larghe per far passare il novellame. Lo smercio era di tipo industriale, si vendevano quintali di pesce in barili destinati alla Gran Bretagna».
Ma il segreto di Anselmo (oltre al fatto che l'anagramma del suo nome - forse lo saprà - è salmone') è la poesia. «Ogni giorno specie se sono in viaggio o fuori genova, prendo appunti in genovese. Posso dire che il mio diario segreto è in genovese, è in poesia». Di questi componimenti l'anno scorso a giugno l'editore Campanotto (Udine) ne ha pubblicato una selezione nel volumetto A farta d'euio de framboase into sangue spantegòu, che tradotto diventa La mancanza di olio di lamponi nel sangue sparso. «Nella raccolta ci sono poesie di composizione molto varia, alcune riportano la data, altre no. Anche perché alcune sono state composte e poi lavorate e rilavorate molte volte, come spesso mi succede». Perché Anselmo è molto severo e prima di far volare via liberi i suoi versi li costringe a molte verifiche. Se la lingua è quella che esce dalle bocche degli anziani ormai, i temi affrontati invece sono quelli dei nostri giorni: c'è la guerra e la voglia di pace come in Do Daghestan o de boxie, ci sono i giorni di Beslan, c'è il Kosovo in I mae monti, c'è il Jazz, ma soprattutto c'è un amore per la lingua dialettale (resa con la grafia tradizionale normalizzata di Fiorenzo Toso e Alessandro Guasoni) che fa risuonare di antico concetti moderni anche di rabbia e impotenza.
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