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Albini, Priano e Capone sulla nave etica
Adriana Albini, Claudia Priano e Francesca Romana Capone sulla nave etica
 

Baci e abbracci, Claudia

 
Francesca Romana Capone, Adriana Albini e la nostra Priano parlano di donne. Sulle tracce di Virginia Woolf. Alla Festa dell'Unitą
 
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Genova, 4 settembre 2007
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di Claudia Priano
   
Cronaca di un pomeriggio particolare. Comincia sabato verso l'ora di pranzo, in piazza Matteotti. È lì che incontro, non per la prima volta, Francesca Romana Capone, romana di nome e di fatto, che mi raggiunge raggiante. Lei e i suoi capelli. Sì, non si può parlare di Francesca senza parlare dei suoi capelli. Sono tanti, moltissimi, molto lunghi e belli.
Ci eravamo incontrate solo una volta, lei ed io, e per poco. Era il giorno della presentazione, qui a Genova, del suo libro Quello che non ti ho detto edito da La Tartaruga, edizione di Baldini e Castoldi. Si tratta di una raccolta di racconti, ma merita che di quelli si parli un'altra volta, per bene, con la dovuta attenzione.

Poco dopo ecco che arriva la nostra arcinota scienziata e scrittrice, che tra l'altro compie gli anni, se li porta bene beata lei, non si sa quanti ne abbia perché pare che si stato fatto un patto col diavolo, così dicono accipicchia, si tratta di Adriana Albini, ovviamente.
Siamo al completo. Tutte e tre, nel pomeriggio, alle cinque, ci troveremo su una bellissima barca, ormeggiata in questi giorni alla Festa dell'Unità, per un incontro di donne e tra donne dal titolo Troppe stanze tutte per noi. Manuela Facco e Massimo Tixi ci attendono, sono loro gli accoglienti proprietari di questa imbarcazione nata nei cantieri di Porticello a Palermo nel 1923 come peschereccio da strascico e poi ricostruita con legni pregiati e convertita in motor yacht. Oggi, questa vecchia signora del mare, offre la possibilità di entrare in contatto con l'ambiente marino, di vivere esperienze in grande armonia con il mare e nel totale rispetto dell'ambiente.

Insomma, un luogo bellissimo dove incontrarsi, parlare scambiarsi idee e opinioni. Adriana, Francesca ed io siamo un pretesto per avviare un discorso ben più ampio, e tutte e tre ne siamo molto felici, perché, ce lo siamo dette a tavola, pranzando insieme, sentiamo quanto sia importante e indispensabile affrontare l'argomento.
L'idea è quella di partire dal celebre e straordinario saggio della Woolf per tentare di ragionare su quello che le donne sono o sentono di essere in questo momento. E lo facciamo partendo proprio da chi scrive. Virginia Woolf diceva che, ai tempi suoi, per fare la scrittrice una donna aveva bisogno di due cose. Una rendita di 500 sterline l'anno e una stanza tutta per sé. Ergo, essere assolutamente autonoma dal punto di vista economico, senza lavorare, però, e avere uno spazio logistico, fisico, dove poter concepire delle idee.

Oggi le donne che scrivono, la maggior parte direi, a meno che non siano molto ricche o molto ereditiere o chissachè, non possono certo permettersi il lusso di non lavorare. Pubblicare libri, per la stragrande maggioranza di chi scrive, non basta a pagare bollette e affitto. E poi c'è la questione della stanza. Quante donne, scrittrici, hanno una stanza, un luogo fisico dove rifugiarsi? E soprattutto, come faceva notare Adriana Albini, quante hanno la chiave? Scrivere è qualcosa di intimo. Significa stare soli. A volte per molto tempo. Significa riuscire a entrare in contatto con delle parti di noi, senza che nessuno ci interrompa continuamente. Significa quindi riuscire ad avere anche e soprattutto uno spazio mentale libero. Significa anche legittimarselo e non viverlo come qualcosa di "rubato" agli altri o alle cose da fare.

Il fatto è che oggi le donne, scrittrici o no, insomma tutte le donne voglio dire, eterne funambole ed equilibriste di ogni tempo, hanno troppe stanze a cui badare. Ci sono i figli, i mariti o i compagni, il lavoro, i genitori anziani, i calzini da cucire, le tante responsabilità, la casa a cui badare, le camicie da stirare, la spesa da fare, i salti mortali per fare quadrare i conti, i continui inconvenienti e i piccoli e grandi drammi familiari. Per non parlare della precarietà, dell'incertezza e della caduta di ideali e valori che stiamo vivendo. Uno stramaledetto inquietante medioevo.
E dalle donne, comunque, ci si aspetta che tutti questi ruoli, che implicano la cura, la mediazione e l'organizzazione, vengano coperti e svolti pienamente. Donne sempre pronte ad accogliere e sanare, sempre efficienti e mai stanche o troppo provate.

Insomma, sembra che una donna, per riuscire a realizzarsi al di fuori dell'ambito familiare, in un qualsiasi lavoro, debba rinunciare al suo ruolo, alla sua parte femminile. A volte si sente dire, di donne che hanno raggiunto il successo, guarda, quella sì che ha le palle. Trovo sia una frase terribilmente triste. Colma di rassegnazione. Che significa, dunque? Che per realizzarsi occorre diventare uomini o simil-uomini? Che se non sei esattamente come un uomo, al potere non ci arrivi e se ci arrivi ci resti giusto cinque minuti?
Durante tutta la chiacchierata, animata e stimolante, che dalle cinque del pomeriggio si è protratta fino oltre le sette, tutte le donne presenti hanno detto la loro. E molte hanno espresso il loro disagio. C'era chi affermava che sì, bisogna essere più aggressive e determinate, che altrimenti gli uomini ti camminano sopra come niente fosse, che bisogna combattere con le loro stesse armi. C'era invece anche chi, come Maria Paola Profumo, sosteneva che è molto pericoloso per le donne perdere la propria identità. Che tanto per cominciare occorre capire cosa significhi essere donna oggi, a queste condizioni e in questo momento storico. Che occorre ridefinire dei modelli. E soprattutto non rinunciare alla nostra parte femminile, che anche gli uomini hanno e spesso negano, per far prevalere solo quella maschile.
Mi sono trovata del tutto d'accordo con lei.

Ciò non significa che le donne non debbano fare le loro delle battaglie. Forse mai, come in questo momento, ce n'è bisogno. Le donne si sono ritrovate sbalzate indietro di anni, nei diritti e nel rispetto. Inoltre, in un paese dove la religione sta diventando di stato (il che non ha nulla a che fare con la religiosità) si mettono in dubbio i diritti conquistati dalle donne, con molte sofferenze, negli ultimi decenni.
Ma, per come la vedo io, può esserci sempre un modo altro, un nostro modo per riuscire a riportare la condizione della donna ad una realtà dignitosa.
Perché viva da protagonista, al pari dell'uomo, in questa società.
Non credete?
I soliti baci e abbracci.
 
 
 
 
 
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