Belin, chi gh'é sulu roba pe' ricchi. Pe' niatri comuni mortali nu gh'é ninte. Frase detta al telefono e rubata ad un visitatore del
Salone Nautico Internazionale di Genova 2007 che mi è passato vicino. La traduzione è: caspita, qui c'è solo roba per ricchi, per noi comuni mortali non c'è niente. Poco dopo incontro un amico, al Salone per lavoro, il quale incalza:
belin dillo, tu che puoi, quanto costa un panino qui, manco fosse d'oro. Persino Piero Ottone - sull'ultimo numero del Venerdì di Repubblica - ha scritto che, in quanto genovese, considera la manifestazione "una iattura" (troppo traffico, casino anche in città, orde di turisti), mentre in quanto amante delle barche è un paradiso.
Salvato in corner.
Mugugni? Forse.
Entro al Salone da buon genovese, imprecando per il traffico, e ne esco stordito, in estasi, come dopo una giornata al Luna Park, dopo le montagne russe.
Come tutti gli anni il Salone snocciola
numeri enormi, sempre in crescita:
1.500 espositori, 2.300 barche, etc, etc. I mega-yacht tirano di brutto, la piccola industria arranca. Ma non è vero che alla Fiera si trovano solo robe da ricchi: c'è anche un gommone lungo circa un metro e mezzo che costa 3.800 Eu, e persino un salvagente colorato. Però, vuoi mettere la sensazione di salire sul
Mangusta 165 - la barca a motore regina della manifestazione con i suoi 50 metri - farsi mostrare le cabine, i dettagli, gli optional, la sala macchine, e poi, arrivati al dunque, dire: «sì, per l'acquisto ci penso un attimo». Alzi la mano chi non vorrebbe farlo, o chi non lo ha fatto.
L'area della Marina, oltre cinquento imbarcazioni in acqua, è impressionante. Un continuo stropicciarsi gli occhi. La palma 'Yacht sborone 2007' va a due mega scafi: uno è talmente grande da avere i balconi sul fianco, come fosse un palazzo; l'altro è colorato di un violetto cangiante blu, con vasca idromassaggio sul ponte rialzato: dicono sia di un russo. In alcuni yacht si entra addirittura col motorino.
«Io le barche non le guardo nemmeno», dice un altro visitatore. Eppure le cose da vedere non mancano: come l'imbarcazione con la pomelleria d'oro, o quella che ha un tavolo sensibile al moto ondoso e che quindi non fa cadere i bicchieri se c'è un po' di maretta. Una barca a vela riporta in poppa le figure di Marilyn e Mao versione pop art, alla Warhol.
Ma
il Salone non parla solo genovese, anzi, il nostro dialetto è in netta minoranza. Gli accenti si sprecano: dal sud al nord toccano tutte le regioni. Per non parlare degli stranieri: molti dei quali arrivati con voli privati (finalmente un po' di traffico al Cristoforo Colombo...).
Grandeur è la parola d'ordine: per gli stand che sembrano grattacieli, per il numero di addetti ai lavori, per la quantità di barche che sembrano arrivate tutte qui a Genova, per il prezzo di molte delle opere in mostra.
Mi avvio verso l'uscita dopo aver camminato per non so quanti chilometri. Penso che, forse sì, ad un aquascoter ci posso arrivare. Magari torno in settimana. Vado verso il motorino e me lo hanno chiuso in un parcheggio, circondato da cento altri motorini che brucerei all'istante. In un attimo torno uomo da strada (da compratore di barche che ero diventato). Risale il brontolìo, e
quasi quasi mi metto a mugugnare.