All'edizione 2007 del Festival della Scienza di Genova si torna a parlare di evoluzione della nostra specie, con uno sguardo sulle possibili modificazioni che l'uomo potrebbe presentare in un lontano futuro. Ad affrontare l'argomento è
Ian Tattersall, responsabile della divisione di Antropologia presso il Museo Americano di Storia Naturale di New York e professore di Antropologia alla Columbia University, presentato da
Telmo Pievani, professore associato di Filosofia della Scienza presso l'Università degli studi di Milano Bicocca. La conferenza, dal titolo
L'evoluzione dell'uomo e il suo futuro si è tenuta venerdì 26 ottobre alle 21 in una Sala del Minor Consiglio a Palazzo Ducale che ha visto il tutto esaurito.
Tattersall comincia riepilogando in pochi passaggi l'evoluzione della nostra specie: «diversamente da quanto si pensava anche solo pochi anni fa, il cammino degli ominidi verso l'Homo Sapiens non è stato affatto lineare». Il diagramma mostrato dallo scienziato evidenzia una struttura simile ad un albero, con molte specie che appaiono, a volte anche nello stesso momento, per poi scomparire poco dopo. «La pressione selettiva dell'ambiente sugli ominidi non spiega come questi possano avere sviluppato capacità così straordinarie solo nell'ultimo periodo della loro storia, pur presentando un cervello notevole già negli ultimi cinquecentomila anni». Le immagini mostrano manufatti umani, punte di frecce e semplici utensili, reperiti in diverse zone della terra in vari periodi, tutti con strutture simili ed un basso livello di complessità. I primi oggetti sofisticati o simbolici appaiono solo negli ultimi 75-50.000 anni con l'arrivo dell'Homo Sapiens moderno.
«Ecco che diventa necessario - continua Tattersall - suggerire un meccanismo più plausibile rispetto alla semplice pressione selettiva per spiegare i traguardi raggiunti dallo stato cognitivo odierno di Homo Sapiens.
Il linguaggio articolato ha avuto sicuramente un ruolo basilare in questo progresso: alcuni reperti indicano che la nostra specie era in grado di creare e gestire i simboli, di produrre astrazioni, e questo ci ha dato un grande vantaggio evolutivo sui nostri cugini dell'epoca, gli uomini di Neandertal. I fossili sembrano indicate che questi ultimi sparirono dopo solo diecimila anni di interazione con la nostra specie».
Un curioso disegno che raffigura un uomo con un grande cervello e lineamenti fini introduce la parte conclusiva, la finestra sul futuro della specie. «Questa illustrazione, che ormai ha qualche anno - spiega l'antropologo - prova a tratteggiare un possibile aspetto dell'uomo nel futuro a lungo termine». È evidente che l'autore del disegno ha sviluppato le strutture, come cervello ed occhi, che rivestono maggior interesse per l'uomo moderno, mentre ha ridotto le dimensioni della mandibola e del collo. «È davvero difficile fare previsioni, sempre che l'umanità sia in grado di sopravvivere sul lungo termine - conclude Tattersall. Oggi non esistono più le circostanze per fissare geneticamente determinate caratteristiche nella nostra specie. Mancano piccole popolazioni isolate sulle quali l'evoluzione può agire,
la pressione selettiva è ridotta e la facilità di spostamento, anche per grandi masse, tende ad annullare le differenze genetiche.
Sembra quindi che saremo sempre più simili tra noi. Nessuna specie ha mai raggiunto questa condizione sulla terra».
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