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Fesitval della Scienza: Salvatore Settis

 
Greci e romani vivevano in un mondo senza tecnologia? Al Festival della Scienza la Lectio Magistralis del Direttore della Normale di Pisa
 
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Genova, 30 ottobre 2007
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macchina di Anticitera
la macchina di Anticitera
I greci e i romani vivevano in un mondo senza macchine? E qual è il rapporto tra la fiorente trattatistica, che ha influenzato la scienza moderna, e l'applicazione pratica della tecnologia nell'antichità? Di questo ha parlato Salvatore Settis, Direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa e docente di Storia dell'arte e dell'archeologia classica, lunedì 29 ottobre nella conferenza Archeologia delle macchine, che si è svolta nell'Aula Polivalente San Salvatore di piazza Sarzano nel corso del Festival della Scienza. Ad introdurre il ricercatore sono stati il direttore del Festival Vittorio Bo e Armando Massarenti, responsabile della pagina Scienza e filosofia del supplemento culturale de Il Sole-24 Ore.
«Tenevo molto alla presenza di Settis al Festival», esordisce Bo, «da sempre miriamo al recupero della memoria, senza alcuna divisione di generi, per stimolare l'approfondimento e la critica della scienza stessa». «Il tema dell'uso delle macchine nell'antichità è uno dei grandi enigmi della storia», aggiunge Massarenti.

La Lectio Magistralis di Salvatore Settis è arricchita da una serie di diapositive curiose. Se nella lingua greca e in quella latina "macchina" significava "espediente", "trucco", il termine è stato poi utilizzato per indicare la macchina semplice o complessa. Come la ruota o la gru calcatoria, di cui Settis mostra un'immagine, che serviva per sollevare pesi. C'è poi la pompa a stantuffo ideata da Ctesidio, grande meccanico dell'antichità, e la cosiddetta "vite di Archimede".
«Ma nel suo Libro X, Vitruvio parla anche di organi idraulici, di macchine militari e dell'odometro, il macchinario che può essere considerato l'antesignano del moderno contachilometri», spiega Settis. «È dunque vero che i romani e i greci registrarono un fallimento tecnologico?». Sono molti i testi di meccanici giunti fino a noi. E che dire delle arti figurative? Le testimonianze archeologiche parlano chiaro. «È innegabile che persino Galileo e Newton furono influenzati dalle descrizioni accurate di quei testi».

Insomma poche macchine, molti trattati: «Non possiamo sapere quali di queste macchine restarono progetti su un foglio e quante invece furono realizzate. Certo è che la diffusione della tecnologia nell'antichità fu molto lenta. Il ferro di cavallo, ad esempio, si diffuse solo nel Medioevo. Diverso il destino delle mode culturali: le acconciature degli imperatori, ritratti sulle monete, diventavano immediatamente di gran moda. Le conoscenze scientifiche non bastano all'evoluzione tecnologica. Ci vuole attenzione verso la ricerca pura».
Continua Settis: «La diffusione della tecnologia non era garantita dall'attenzione e dalla legittimazione sociale». Divertenti i testi raffiguranti gli automi, «ovvero le macchine inutili: giochi e gadget di ogni tipo che miravano a produrre meraviglia negli spettatori».

Forse il blocco della tecnologia era dovuto al modo di produzione schiavistico: «gli schiavi rappresentavano la tecnologia del tempo antico. Questo era anche un modo per giustificare la schiavitù». Ma la spiegazione potrebbe stare anche nella difficoltà di eseguire calcoli complessi: «ma allora come è stato possibile costruire, nel 100 a.C., la macchina di Anticitera, un complesso calcolatore astronomico giunto fino a noi?». Forse, più semplicemente, «gli scienziati antichi amavano la ricerca pura».
 
 
 
 
 
 
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