Lo sguardo dell'autore sulla città, tra foto e parole. Un paesaggio vissuto, assaporato, calpestato, annusato e toccato. Dal 21 @ Ducale
Mercoledì 21 novembre inaugura la mostra Mi sono perso a Genova: foto di Maurizio Maggiani. Qui sotto (e a lato) la seconda foto del concorso lanciato da mentelocale.it (il 13 novembre): Trova la foto. Ogni settimana per l'intera durata della mostra (fino al 10 febbraio 2008 - a Palazzo Ducale, Loggia degli Abati) su mentelocale.it sarà pubblicata una nuova foto di Maurizio Maggiani, inserita nella mostra. Il gioco consiste nell'indovinare in che punto di Genova Maggiani ha scattato la foto. Le prime 5 risposte corrette vinceranno 2 biglietti d'ingresso alla mostra. Per partecipare prima registratevi a mentelocale.it, (è gratuito). Inviate le vostre risposte all'indirizzo eventi@mentelocale.it. I primi 5 hanno già vinto.
Orario: Da martedì a domenica 10.00-18.00. Lunedì chiuso Prezzo del biglietto Intero: 5 euro - Ridotto: 3 euro
Più che perso, è proustiano lo sguardo che Maurizio Maggiani ci offre sulla città nella mostra fotografica Mi sono perso a Genova, (alla Loggia degli Abati @ Palazzo Ducale), da mercoledì 21 novembre 2007 al 10 febbraio 2008. Immagini e parole (a mano in stampatello sui supporti di policarbonato trasparente) raccontano un paesaggio vissuto: assaporato, calpestato, annusato e toccato. Perciò impresso, (180 immagini esposte). E perciò confluito in un'originale guida (Feltrinelli) dall'omonimo titolo. Sono molte le foto in bianco e nero, ma c'è posto anche per i contrasti cromatici morbidi. «Certe cose hanno un colore - afferma Maggiani - altre un altro almeno per il mio sentire. L'acciaieria è rossa, non c'è bianco e nero che possa contro quel rosso. Il porto invece per me è bianco e nero, è quella calata che scarica sale e carbone, un luogo che amo e dove ho incontrato tanti fratelli».
Per lo scrittore, nato a Castelnuovo Magra (1951), ma genovese d'adozione questa è la città sognata «da quando ero un bambino. Da quarantanove anni, per l'esattezza. Posso essere così prciso perché ho cominciato a sognarla subito dopo averla vista per la prima volta. Era l'inizio della primavera del 1958», come scrive nel primo capitolo (dal titolo Un'impresa di costruzioni onirica) della guida.
L'estremo Levante è il luogo delle origini, il capoluogo ligure è la casa prescelta. «Per me, che sono un campagnolo, vivere la città è godere di un grande privilegio, vivere in un posto bello». E qui non si tratta solo di valore estetico dell'ambiente, ma piuttosto di cogliere la stratificazione storica che a Genova si respira lungo le strade, sui muri dei palazzi storici, tra i vicoli, ma anche nella periferia, tra gli orti e le vedute che dalle colline si tuffano in mare e sui tetti. «La bellezza che intendo è anche una questione e un valore morale e etico. Questa è la categoria in cui mi perdo. Genova è una città vasta. Quanti di voi sono andati in Sardegna e tornando all'alba col traghetto sono saliti sul ponte, per scorgere Genova appena passato il filo dell'orizzonte. E la città gli è apparsa all'improvviso, tutta da Voltri a Nervi. Incontenibile in uno sguardo solo».
E quello proposto dagli scatti non è un percorso necessariamente condivisibile, perché il nostro è, come si definisce lui stesso, un «viaggiatore a piedi, non un documentarista», che usa la macchina fotografica praticamente da sempre: «nella vita ho sempre fatto la cacca e le foto», afferma sorridendo.
L'accesso alla mostra, alla città degli uomini o alla città dei piedi (come si legge su due foto) è attraverso un container (del ). Un venti piedi dipinto di bianco. Trasportati eccezionali siamo sottoposti a una forte luminosità, accentuata da un'apertura irregolare sul soffitto. Un bagno propedeutico e simbolico, prima di immergerci nell'oscurità in cui sono avvolti gli scatti di Maggiani all'interno della Loggia (nell'allestimento essenziale ma efficace dell'architetto Valter Scelsi).
Nella prima e nell'ultima sala (gli spazi sono sette in tutto), Maggiani diventa soggetto di due sguardi privilegiati e autonomi: quello di Moreno Carpone e, l'altro, di Jacopo Benassi. All'ingresso, sui due lati dello spazio, una serie di scatti si succedono in sequenza su due monitor - quasi un video - presentando il Maggiani viaggiatore e fotografo. «Vado sempre in giro con due o tre amici. Moreno, un mio vecchio compagno di scuola, che nel frattempo è diventato fotografo, di nascosto mi ha ritratto mentre insieme percorriamo la città. La sua fissazione è che io sia Silvestro, gatto maldestro: perché inciampo sempre. Ma anche Ercolino: che cade sempre in piedi». Nell'ultima sala troviamo quello che Maggiani definisce il sacrario: «Jacopo è venuto a casa mia, essendo un genio aveva bisogno di arrotondare. Poi si annoiava e ha cominciato a fare foto, ne avrà scattate 200 soprattutto sulle mie medicine. Ne ha trovato di 56 tipi, molte scadute. C'era persino un cerotto del 1997».
Dal centro storico, alle alture, dalla stazione alle acciaierie in dismissione a Cornigliano. Da Begatto a Carignano. Chiese, Palazzi Storici, fontane, monumenti, alberi e ombre inclusi (spesso più protagoniste dell'originale). Ma niente qui è ritratto come ce lo aspetteremmo. Ci troviamo di fronte a quadri parlanti, tutti tracciati con un taglio che imita il rilievo e esce dalla stretta bidimensionalità del supporto, sfruttando l'appiglio fornito dalle parole-tracce che formano microracconti. Forme, colori e scorci urbani intessono relazioni con i panorami occasionalmente adiacenti. Come alcune foto si parlano tra loro e ci mettono a parte di questo dialogo, altre puntano dirette allo/a spettatore/trice giocando sulla metafora e l'ironia proprio come fossero puri testi. «Non c'è luogo della città che sia una cosa sola. Una cosa sola da vedere una cosa sola da essere»