Non sono gli incidenti stradali, le guerre, il cancro, né l'infarto la prima causa di morte in Europa per le donne giovani, tra i 16 e i 44 anni, ma la violenza.
Una donna europea su cinque ha subito una violenza fisica, almeno una volta nella vita; addirittura una su tre è stata vittima di violenza fisica, sessuale o psicologica. Secondo i dati Istat, riportati dall'Ansa,
nel 2006 le donne italiane vittime di violenza dichiarata sono state 1.150.000 (5,4%) e nella maggior parte dei casi la violenza sessuale è stata inferta dal partner (69,7%) o da conoscente (17,4%), mentre nel 6,2% da uno sconosciuto. In occasione del 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza alle donne, l'Europa si impegna a far cambiare questa realtà.
«È il comportamento degli uomini che deve cambiare, c'è una battaglia culturale da fare» ritengono gli esperti. Sì, perché questa violenza, che va da quella estrema che porta in ospedale, a quella più subdola, tra le pareti domestiche o sul posto di lavoro, le donne le subiscono in massima parte dagli uomini.
La gran parte è sommersa, non denunciata.
Secondo un'indagine presentata lo scorso febbraio da Barbara Pollastrini, e realizzata su un campione di donne di età compresa fra i 16 e i 70 anni, emerge che sono 6.743.000 le donne vittime di violenza fisica o sessuale (il 31,9%), 5 milioni di violenze sessuali (23,7%), 3.961.000 di violenze fisiche (18,8%). Ben
6.092.000 donne hanno subito solo violenza psicologica dal partner attuale (36,9% delle donne che vivono al momento in coppia). Un milione e centomila hanno subito
stalking, cioè comportamenti persecutori. Nel 2006 si sono registrati 74.000 tra tentativi e strupri veri e propri. Di questi il 69,7% da partner o ex-partner.
Molto diffusi i soprusi tra le mura domestiche. Questi però spesso non vengono percepiti come tali. Solo il 18,2% è consapevole che quello che ha subito è un reato, mentre il 44% lo giudica semplicemente 'qualcosa di sbagliato' e ben il 36% solo 'qualcosa che è accaduto'.
Non va sottovalutata la violenza psicologica che secondo il rapporto di qualche mese fa in Italia è stata subita da 7.134.000 donne, il 43,2% dal partner. Di queste, 3.477.000 l'hanno subita spesso o sempre (21,1%). Questo tipo di violenza si esprime con l'isolamento o il tentativo isolamento (46,7%), il controllo (40,7%), la violenza economica (30,7%), la svalorizzazione (23,8%), le intimidazioni (7,8%).
Critica è anche la violenza psicologica sul posto di lavoro. Un aspetto è relativo al
mobbing, l'altro alla molestia psicologica.
A livello europeo, l'8% dei lavoratori è stato vittima di mobbing sul posto di lavoro. Si è osservato che le donne sono più frequentemente vittime rispetto agli uomini, così come i lavoratori precari rispetto a chi ha un posto fisso.
A livello italiano, l'ISPESL stima che i lavoratori e le lavoratrici vittime di mobbing siano 1.5 milioni. I più colpiti sembrano essere appartenenti alle pubbliche amministrazioni. Se poi si considerano anche le ripercussioni in ambito familiare dovute allo stress sul posto di lavoro, il numero sale a 4 milioni.
Sottolineo anche, perché io stessa sono stata vittima, che apprezzamenti, allusioni, osservazioni a sfondo sessuale possono imbarazzare; che, ancor peggio, sentirsi chiedere un bacio o di più, le avance fatte "tanto per provarci", perché tentar non nuoce, sono estremamente fastidiose e spesso umilianti per una donna. È un fenomeno assai comune e purtroppo tollerato, sia sull'ambiente di lavoro che in collaborazioni esterne, e perfino talvolta in momenti ricreativi, perché non percepito come offensivo dagli uomini.
È un comportamento che si subisce talvolta passivamente anche perché il dimostrare di non gradire e il sottrarsi al corteggiamento viene avvertito soprattutto dall'uomo italiano come un essere sminuito, quasi un'offesa, e pertanto spesso molte donne sono costrette a subire galanterie non gradite.
Soprattutto gli ex sono una vera minaccia (e i fatti di cronaca ne sono pieni), poiché l'intimità fisica è sentita come un diritto permanente anche dopo una rottura.
Forse questo atteggiamento contribuisce all'insieme di
non pari opportunità per cui l'Italia secondo il World Economic Forum, che ha stilato la classifica dei paesi in cui meglio si attuano quelle che comunemente vendono chiamate "pari opportunità" tra uomo e donna, Svezia, Norvegia, Finlandia, e Islanda sono le prime quattro classificate su 128 paesi analizzati, e
l'Italia è solo 84° posto, addirittura perdendo 7 punti rispetto al 2006. Le donne italiane hanno possibilità minori di realizzazione professionale non solo rispetto alle donne scandinave ed europee in genere, ma anche sudafricane e paraguayane.
Auspico che momenti di riflessione e lotta come quello della giornata contro la violenza insegni agli uomini - persecutori che spesso non sono degli sconosciuti ma addirittura partners o capi - a non aggredire o insidiare la donna, e a difenderne non solo i suoi diritti primari, la vita e la salute, ma anche il rispetto nella società, sul lavoro e in ambienti collettivi condivisi.
Usciamo dal silenzio, è un'esortazione bellissima, che fa addirittura da titolo ad un'associazione, di cui ci ha parlato mentelocale.
Spesso le donne, di fronte al ricatto morale, rinunciano a farsi valere. Un paese all'ottantaquattresimo posto nel mondo mal si colloca in Europa. Non si tratta di "quote rosa", che spesso lasciano il tempo che trovano ma di un livello almeno minimo di parità...e il controllo di un vero e proprio genocidio: ogni giorno gli ospedali assistono ai frutti di una non-cultura da rivoluzionare alla base.