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L'accordo dei contrari - Kinesis
L'accordo dei contrari - Kinesis
 

Il miglior prog arriva da Bologna

 
Il nome di questa band č un ossimoro: Accordo dei contrari. Il loro ultimo album s'intitola 'Kinesis'. Hanno talento da vendere
 
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24 dicembre 2007
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di Riccardo Storti
   
Quanto è sfizioso il gioco dell'ossimoro. L'accordo dei contrari. E la musica - la vera musica - vive di questa continua osmosi di antinomie creative che, paradossalmente, tra infinite metamorfosi regalano sintesi inattese. L'Accordo dei Contrari è una band bolognese da menzionare non solo per il fatto che sia arrivata al primo CD (Kinesis, L'Altrock 2007), bensì perché risulta tra le più preparate in Italia, grazie all'ampio respiro delle composizioni strumentali e alla qualità performativa delle stesse. Un progressive underground restìo a qualsiasi stimolo involutivo, perché ha, sì, un passato ma sfrondato di qualsiasi tentazione passatista.

L'opener Lester abitua subito l'ascoltatore alla vivacità asimmetrica di ritmiche irregolari e costruzioni dissonanti, un po' come i King Crimson di Lark's Tongue in Aspic o i Gentle Giant di Three Friends insegnarono qualche anno fa... Il gioco continua sul filo di riferimenti che non sono citazioni, semmai, allusioni ad una pratica musicale capace di fondere stimoli hard, jazz e contemporanea. L'impressione tattile si avverte con Meghiste Kinesis, un saggio di sfolgaranti imbeccate che coniugano il meglio della tradizione italiana (Area, Arti & Mestieri e Deus Ex Machina) con quella anglosassone (Mahavishnu Orchestra, Soft Machine e National Health) e, perché no, francese (i Dün o gli Atoll de L'Araignée-Mal).

Apparentemente più piana la strada quando l'Accordo dei Contrari sale la ScalaQuadro tra accenni fusion e progressive più classico. In Gondwana e in Anexelenkton la band spazia e allarga i propri confini sonori riscrivendo e rileggendo trapassi sonici carpiti da un re cremisi aperto a varianti di jazz elettrico.
Ecclettica, già dal nome, la conclusiva OM: la sigla "nella simbologia medievale" rappresenterebbe "l'Uomo", però anche le iniziali di Olivier Messiaen, a cui il brano è dedicato. Nulla a che vedere con l'opus del transalpino, se non l'attitudine verso una calcolata improvvisazione di visioni generate da strumenti che si incontrano e scontrano in un felice accidente/incidente. La lunatica chitarra di Marco Marzo, il basso pulsante di Daniele Piccinini complice della batteria di Cristian Franchi, il tutto diretto dalle tastiere (pianoforte, piano elettrico, synth Arp Odissey e organo Hammond B3) di Giovanni Parmeggiani, quasi in una sfrenata e centripeta rincorsa verso quel suono primordiale. Che - guarda un po' - gli hindu chiamano OM. Un lavoro ben confezionato di cura sopraffina, con un rischio all'orizzonte: comporre in tempi dispari è sintomo di ricerca e di necessaria evasione dalla piattezza dell'inconsapevole e automatico 4/4, ma attenzione a non inflazionare simile tendenza, perché gli effetti collaterali potrebbero nuocere gravemente alla salute (compositiva di una band ricca di talento. E qui, di talento, ce n'è tanto...).
 
 
 
 
 
 
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