Quanto è sfizioso il gioco dell'ossimoro. L'accordo dei contrari. E la musica - la vera musica - vive di questa continua osmosi di antinomie creative che, paradossalmente, tra infinite metamorfosi regalano sintesi inattese.
L'Accordo dei Contrari è una band bolognese da menzionare non solo per il fatto che sia arrivata al primo CD (
Kinesis,
L'Altrock 2007), bensì perché risulta tra le più preparate in Italia, grazie all'ampio respiro delle composizioni strumentali e alla qualità performativa delle stesse. Un progressive
underground restìo a qualsiasi stimolo involutivo, perché ha, sì, un passato ma sfrondato di qualsiasi tentazione passatista.
L'opener
Lester abitua subito l'ascoltatore alla vivacità asimmetrica di ritmiche irregolari e costruzioni dissonanti, un po' come i
King Crimson di
Lark's Tongue in Aspic o i
Gentle Giant di
Three Friends insegnarono qualche anno fa... Il gioco continua sul filo di riferimenti che non sono citazioni, semmai, allusioni ad una pratica musicale capace di fondere stimoli hard, jazz e contemporanea. L'impressione tattile si avverte con
Meghiste Kinesis, un saggio di sfolgaranti imbeccate che coniugano il meglio della tradizione italiana (
Area,
Arti & Mestieri e
Deus Ex Machina) con quella anglosassone (
Mahavishnu Orchestra,
Soft Machine e
National Health) e, perché no, francese (i
Dün o gli
Atoll de L'Araignée-Mal).
Apparentemente più piana la strada quando l'Accordo dei Contrari sale la
ScalaQuadro tra accenni fusion e progressive più classico. In
Gondwana e in
Anexelenkton la band spazia e allarga i propri confini sonori riscrivendo e rileggendo trapassi sonici carpiti da un re cremisi aperto a varianti di jazz elettrico.
Ecclettica, già dal nome, la conclusiva
OM: la sigla "nella simbologia medievale" rappresenterebbe "l'Uomo", però anche le iniziali di
Olivier Messiaen, a cui il brano è dedicato. Nulla a che vedere con l'opus del transalpino, se non l'attitudine verso una calcolata improvvisazione di visioni generate da strumenti che si incontrano e scontrano in un felice accidente/incidente. La lunatica chitarra di Marco Marzo, il basso pulsante di Daniele Piccinini complice della batteria di Cristian Franchi, il tutto diretto dalle tastiere (pianoforte, piano elettrico, synth Arp Odissey e organo Hammond B3) di Giovanni Parmeggiani, quasi in una sfrenata e centripeta rincorsa verso quel suono primordiale. Che - guarda un po' - gli hindu chiamano OM.
Un lavoro ben confezionato di cura sopraffina, con un rischio all'orizzonte: comporre in tempi dispari è sintomo di ricerca e di necessaria evasione dalla piattezza dell'inconsapevole e automatico 4/4, ma attenzione a non inflazionare simile tendenza, perché gli effetti collaterali potrebbero nuocere gravemente alla salute (compositiva di una band ricca di talento. E qui, di talento, ce n'è tanto...).