S'è molto scritto e molto letto, nelle ultime settimane,
sulla mostra fotografica di Maurizio Maggiani,
Mi sono perso a Genova, ospitata nella Loggia degli Abati di Palazzo Ducale ed inaugurata in concomitanza con l'uscita della sua omonima guida sulla città. Anch'essa, precedentemente, foriera di polemiche, con l'accusa di presunto plagio da parte di Roberto Carvelli comparsa sulle
pagine di mentelocale.it alla fine di ottobre.
Dalla discussione sulla mostra
è partito un dibattito parallelo sulla politica culturale della città; vorrei fermarmi alla mostra ed alla guida di cui è diretta emanazione e a cui, curiosamente, nessuno ha fatto riferimento.
Premetto che la mia opinione è nettamente influenzata da
una personale simpatia per Maggiani, di cui parzialmente conosco la produzione letteraria, ma di cui apprezzo infinitamente la quotidiana rubrica
Lettere a Maggiani su Il Secolo XIX. Certo, direte voi, si compiace un po' troppo (narcisismo? Perché no) nelle risposte, ma gli si può perdonare: questo perché vanno sempre al di là dell'obiezione diretta al lettore di turno che sarebbe, altrimenti, solo cattiveria gratuita. Dello stesso tono, infatti, sono stati i suoi interventi su queste pagine:
pars destruens e pars construens.
Ciò premesso, qualche sera fa mi sono dedicato alla lettura della guida, di cui la mostra è diretta emanazione. Sono un centinaio di pagine, intercalate da molte delle foto riproposte nell'allestimento di Palazzo Ducale che raccontano, come premette il titolo, il
perdersi di Maggiani a Genova. È, dunque,
una visione personale (e questo si è già detto anche della mostra), frutto delle impressioni di un
foresto curioso e vagabondo che, privo di pregiudizi (in senso etimologico), legge la città attraverso i medesimi filtri emozionali che utilizza nei suoi libri. È un
perdersi fisico e percettivo, in un continuo contrasto tra situazione realmente vissute e viste ed altre, invece, forse(?), soltanto sognate.
È un perdersi nella città delle strade e delle immagini mentali dell'autore.
Personale, dunque, al punto da trovarci moltissime cose impreviste, così come ne mancano altrettante di troppo prevedibili.
La mostra, invece, l'ho vista un paio di settimane fa, incuriosito dalla polemica innescata su mentelocale.it: ho trovato una guardia giurata che alle due mezza di un giovedì prenatalizio staccava il terzo biglietto della giornata, circondato da tre cellulari con cui cercava, con scarso successo, di fronteggiare quell'insostenibile solitudine; ed ho trovato
le foto, l'allestimento, il filo di luce al neon che percorre le sale, la terza e la quarta di copertina come spiegate già molto bene da Maggiani stesso.
L'ho trovata fredda, asettica, lontana anni luce da quella emotività che trasuda da ogni pagina di Maggiani.
Ma che, per fortuna, non manca nella guida, ricolma dalla prima all'ultima pagina, di
un'umanità sobria ma calcata, reale o pensata. Le persone, gli amici, gli incontri casuali, il nipotino Richi, il clochard della passeggiata di Nervi, volti mai visti e racconti mai ascoltati di operai ed impiegati ed italiani e stranieri.
Tutti elementi che, nella mostra fotografica, mancano. Così, se la guida è il mosto fermentato dei grappoli di emozione dell'autore, la mostra ne è un distillato, un'acquavite forte che brucia lo stomaco con immagini, a volte vertiginose, a volte grevi, commentate da aforismi, pungenti o ridondanti. Immagini nude, prive di umanità: le poche persone ritratte sono schiene rivolte all'obiettivo, ostacoli davanti al vero soggetto.
Restano solo le voci, diffuse nelle sale. Ma sono confuse, sovrapposte, incomprensibili. Quasi a voler trasmettere
l'incomunicabilità di quelle emozioni che, invece, la guida semplifica ed amplifica. Ti perdi tra le pagine e dici: "Sì, non hai avuto solo tu quell'impressione davanti a Villa Bombrini ed al suo gasometro, cercando di abbracciare la città da Spianata, guardando il forte Diamante dal Peralto".
Perché le emozioni, con cui Maggiani modella le proprie pagine, sono personali, certo, ma restano comunque aperte al confronto, alla percezione ed all'ascolto da parte di chi se ne può sentire attirato o complice.
E se, come ho sentito dire una volta al professor Sanguineti,
l'intellettuale è colui che contribuisce all'interpretazione del mondo, allora ognuno è libero di farlo, ed ecco che la guida (personale fin dal titolo) di Maggiani, può (ma non deve)
diventare un passaggio, per chi ne è interessato o disposto, per dare nome, volto e descrizione a cose sentite e mai spiegate.
Allo stesso modo può fare la mostra, forse, chissà: sarà stata studiata così per contrasto, per sbaglio o per caso? Non so, se è stata progettata per il lancio del libro sia stata una scelta talmente coraggiosa (nel suo essere poco alla Maggiani, soprattutto nel linguaggio artistico) da essere, forse, poco felice dal punto di vista commerciale.
Ma di sicuro, leggendo la guida, ho capito una cosa: se amate Genova, seguite il consiglio che Maggiani, forse un po' narciso come si dice, non vi da:
prendete le vostre scarpe preferite, lo scooter, la bici, l'autobus o l'auto. E perdetevici dentro la città.
Imboccherete una svolta che non avete mai provato, con ottime probabilità vi troverete in un posto sconosciuto ed interessante. E avrete scoperto qualcosa di nuovo, forse, anche di voi stessi.
Perché, comunque ci si perda, lo si fa sempre per ritrovarsi.