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Sergio Maifredi (SM): Antonio Calbi e Teatri 90, nel panorama teatrale milanese negli anni Novanta si è subito percepita la presenza di un operatore culturale con idee, progetti propri, grinta e "poca" diplomazia. Cosa ricordi di quella battaglia a 360 gradi per conquistarti lo spazio che hai meritato?
Antonio Calbi (AC): Gli anni Novanta a Milano sono stati gli anni delle ferite, a partire da Tangentopoli, e della conclamazione del declino della città, il cui inizio faccio personalmente risalire alla metà degli anni Ottanta. La città teatrale mi è sembrata seduta su se stessa, mentre in Italia qualcosa guizzava e si stava muovendo. Teatri 90 ha voluto rappresentare una occasione per Milano e per le nuove generazioni della scena italiana. È stato un progetto ambizioso e onesto, innovativo e importante. Peccato che né i gruppi da me lanciati né i teatri della città hanno saputo cogliere al meglio l'opportunità di uno scatto in avanti. Così, dopo il ciclo delle edizioni del festival - che ho voluto chiudere proprio per conservare la mia curiosità e la mia progettualità - tutto è rientrato nei ranghi. È stato estremamente formativo essersi creata una opportunità in totale autonomia, come quella di Teatri 90, progetti, con pura militanza, passione, determinazione.
SM: Antonio Calbi direttore Artistico del Teatro Eliseo di Roma, molto giovane sei nominato alla guida del più importante Teatro privato italiano: le difficoltà nel rapporto con il Teatro Italiano, con il Ministero, con Roma e le soddisfazioni ottenute?
AC: Dirigere un teatro come l'Eliseo è stata una esperienza forte, impegnativa, ma anche molto gratificante. Ho subito considerato il teatro di via Nazionale il vero teatro pubblico della capitale, forte dell'equazione il Piccolo sta a Milano come l'Eliseo sta a Roma. Da questa visione è conseguita la mia azione che è stata quella di innovare senza fratture eccessive con la tradizione, di ampliare e rinnovare il pubblico, puntando sui giovani ma senza alienare gli abbonati storici. Soprattutto ho inaugurato un fronte di attività basato su progetti, manifestazioni, eventi, appuntamenti diversificati facendo del Teatro Eliseo un luogo ancora più dinamico e vivace di quanto già non fosse. Le soddisfazioni sono arrivate soprattutto su questo fronte, grazie ai nuovi progetti e alle aperture al nuovo nelle programmazioni delle due sale.
SM: Antonio Calbi richiamato a Milano da Vittorio Sgarbi in veste di amministratore pubblico: cosa ha deciso di affrontare subito, da teatrante che ora può prendere delle decisioni operative che possono modificare il sistema teatrale.
AC: Innanzitutto l'allargamento del sostegno pubblico agli operatori più giovani e innovativi. Stiamo infatti studiando l'ampliamento del sistema delle convenzioni con i teatri, oggi sono 15, per arrivare ad almeno il doppio. Un sostegno più deciso e strategico alla promozione e alla comunicazione del sistema nel suo insieme; il varo del progetto d.i.o. - dramma italiano oggi, un'idea dell'assessore Sgarbi a sostegno della drammaturgia contemporanea; il varo del premio Milano per il teatro, con tre premi alla migliore produzione teatrale milanese della stagione, all'esperienza produttiva più innovativa, alla migliore stagione proposta dagli operatori della città.
SM: Il rapporto tra Milano e i suoi teatri: un costo o un investimento?
AC: È senza dubbio un investimento. Una città civile e al passo coi tempi deve investire in cultura ancor più. Una città è più bella da vivere, più sicura, se la sua offerta culturale è amplia e articolata. La cultura è davvero la "scena", il "cuore", l'asse della città del futuro. È nei luoghi della cultura che si realizza l'integrazione fra i popoli e le genti di tutto il mondo, che vivono nelle metropoli di oggi. Investire sull'offerta culturale in generale, e su quella del teatro in particolare, è assolutamente strategico, anche perché continuo a considerare il teatro l'arte sociale per eccellenza, arte della partecipazione e della condivisione: il luogo dove le sofferenze, le criticità, ma anche le ambizioni e le utopie di una collettività possono trovare il primo momento di espressione, di confronto. Una città dei teatri è senza dubbio una città più sana, più vera, più bella.
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