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Conqueror, '74 giorni'
Conqueror, '74 giorni'
 

Il prog che viene dal Sud

 
'74 giorni', concept dei Conqueror sul naufragio di Fogar e Mancini. E 'Notes from a logbook', primo album solista del pianista Oderigi Lusi
 
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8 gennaio 2008
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di Riccardo Storti
   
La sfida lanciata dai messinesi Conqueror non è da poco: raccontare quei 74 giorni (Ma.Ra.Cash., 2007) che tennero lontani dalla terraferma Ambrogio Fogar e Mauro Mancini, naufragati al largo delle Isole Falkland esattamente 20 anni fa. Quell'avventura, fatta di orche, miraggi, preghiere, nebbia e tragici destini, è diventata un ambizioso CD, il terzo realizzato dalla band siciliana, dopo i promettenti Istinto (2003) e Storie fuori dal tempo (2005).
Il concept è sicuramente l'habitat più adatto per un ensemble capace di sapere maneggiare la koiné progressive con abilità e mestiere, secondo un calcolato dosaggio di autorevoli riferimenti britannici (Genesis e Camel) e italiani (Orme, PFM, Banco e Osanna).
Meglio nelle parti strumentali che non in quelle cantate (dove le concessioni pop vanno ascritte comunque in una strategia tanto comunicativa quanto espressiva), i Conqueror danno il meglio di sé nelle microsuite dove si cimentano a variare tempi e a giocare con una tavolozza di timbriche care ai progster. Ne sono un chiaro esempio l'ormistica Non maturi per l'aldilà (tutta un trillare di Moog e organo Hammond), la più hard L'ora del parlare (tra Kansas e, sul finale, Pendragon) e Nebbia ad occhi chiusi, vero e proprio episodio di flash rock alla Camel. Poliritmia e piacevoli trovate (gli unisoni sax e chitarra o sax e tastiere) nella conclusiva Cambio di rotta trasmettono il senso del progressive che anima il complesso. Ma non mancano episodi tendenti a differenziarne lo stile e volti ad accentuare la forte vocazione eclettica dei Conqueor (la fusion di Miraggi e l'intermezzo pianistico di Cormorani).
Un salto di qualità, rispetto ai precedenti lavori, convincente su quasi tutta la linea e con qualche sbavatura riguardo al comparto vocale, sinceramente più flebile, se confrontato alla compatezza sonora dell'album.

Altri segni, quelli decifrabili nel primo lavoro del pianista avellinese Oderigi Lusi (già con i Malaavia, attualmente in forza negli Osanna di Lino Vairetti). Queste sue Notes from a logbook (Ethnoworld, 2007) sono appunti acustici, nati dalla magia pluviale del suo strumento che, come un felice acquazzone, bagna la densa macchia di violoncelli, flauti, contrabbassi, chitarre e percussioni latine. Un viaggio nato dall'incontro di suggestioni variegatissime. Il profilo è suo, di Oderigi, guai a chi glielo tocca, ma è cresciuto su un terreno fertile.
Quanti altarini: Debussy (Prelude), il Corea di La fiesta (Da un viaggio a Petra e Breathing under the Spanish sea), Piazzolla (Tu pieste en mi piel), uno Zappa dalle inflessioni partenopee (Walk On), l'impressionismo cameristico di Chabrier (Perle), l'India (Karma), la musica atonale (Passaggi), il sound funky di Philadelphia (Take Off) e quello più raccolto smooth jazz di David Sylvian (Evanescente e Suoni cantate da Anna Gaia Mariella).
Non manca l'impegno civile, la denuncia contro lo sfruttamento dei minori che si dipana come un poetico anatema dalle parole di Tu peste en piel di Luciano "Varnadi" Ceriello.
Un cd che si ascolta (e riascolta) in un fiato, ma al tempo stesso da gustare per le infinite risonanze interne e per le delicate rifiniture. Oltre il progressive, globale in quanto multirazziale, ambient e lounge, moderno perché consapevole delle tradizioni.
 
 
 
 
 
 
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