La sfida lanciata dai messinesi
Conqueror non è da poco: raccontare quei
74 giorni (
Ma.Ra.Cash., 2007) che tennero lontani dalla terraferma
Ambrogio Fogar e
Mauro Mancini, naufragati al largo delle Isole Falkland esattamente 20 anni fa. Quell'avventura, fatta di orche, miraggi, preghiere, nebbia e tragici destini, è diventata un ambizioso CD, il terzo realizzato dalla band siciliana, dopo i promettenti
Istinto (2003) e
Storie fuori dal tempo (2005).
Il concept è sicuramente l'
habitat più adatto per un
ensemble capace di sapere maneggiare la
koiné progressive con abilità e mestiere, secondo un calcolato dosaggio di autorevoli riferimenti britannici (
Genesis e
Camel) e italiani (
Orme,
PFM,
Banco e
Osanna).
Meglio nelle parti strumentali che non in quelle cantate (dove le concessioni pop vanno ascritte comunque in una strategia tanto comunicativa quanto espressiva), i
Conqueror danno il meglio di sé nelle
microsuite dove si cimentano a variare tempi e a giocare con una tavolozza di timbriche care ai
progster. Ne sono un chiaro esempio l'ormistica
Non maturi per l'aldilà (tutta un trillare di Moog e organo Hammond), la più hard
L'ora del parlare (tra
Kansas e, sul finale,
Pendragon) e
Nebbia ad occhi chiusi, vero e proprio episodio di flash rock alla Camel. Poliritmia e piacevoli trovate (gli unisoni sax e chitarra o sax e tastiere) nella conclusiva
Cambio di rotta trasmettono il senso del progressive che anima il complesso. Ma non mancano episodi tendenti a differenziarne lo stile e volti ad accentuare la forte
vocazione eclettica dei Conqueor (la fusion di
Miraggi e l'intermezzo pianistico di Cormorani).
Un salto di qualità, rispetto ai precedenti lavori, convincente su quasi tutta la linea e con qualche sbavatura riguardo al comparto vocale, sinceramente più flebile, se confrontato alla compatezza sonora dell'album.
Altri segni, quelli decifrabili nel primo lavoro del
pianista avellinese Oderigi Lusi (già con i
Malaavia, attualmente in forza negli
Osanna di
Lino Vairetti). Queste sue
Notes from a logbook (
Ethnoworld, 2007) sono appunti acustici, nati dalla magia pluviale del suo strumento che, come un felice acquazzone, bagna la densa macchia di
violoncelli, flauti, contrabbassi, chitarre e percussioni latine. Un viaggio nato dall'incontro di suggestioni variegatissime. Il profilo è suo, di
Oderigi, guai a chi glielo tocca, ma è cresciuto su un terreno fertile.
Quanti altarini:
Debussy (
Prelude), il
Corea di
La fiesta (
Da un viaggio a Petra e
Breathing under the Spanish sea),
Piazzolla (
Tu pieste en mi piel), uno
Zappa dalle inflessioni partenopee (
Walk On), l'impressionismo cameristico di
Chabrier (
Perle), l'India (
Karma), la musica atonale (
Passaggi), il sound funky di Philadelphia (
Take Off) e quello più raccolto smooth jazz di
David Sylvian (
Evanescente e
Suoni cantate da Anna Gaia Mariella).
Non manca l'impegno civile, la denuncia contro lo sfruttamento dei minori che si dipana come un poetico anatema dalle parole di
Tu peste en piel di
Luciano "Varnadi" Ceriello.
Un cd che si ascolta (e riascolta) in un fiato, ma al tempo stesso da gustare per le infinite risonanze interne e per le delicate rifiniture. Oltre il progressive, globale in quanto multirazziale, ambient e lounge, moderno perché consapevole delle tradizioni.