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Partita. La nave Gaber, che è la vita, ha preso il largo ieri, martedì 8 gennaio 2008, al Teatro dell'Archivolto con una gradevole e intimistica carrellata di testi scelti (1970-1974) dal Teatro Canzone di Gaber e Luporini nello spettacolo Un certo signor G (fino a sabato 12 gennaio), interpretato da Neri Marcoré, accompagnato da due pianiste Gloria Clemente e Vicky Schaetzinger, per la regia di Giorgio Gallione. «Ci siamo ispirati - spiega il regista -, riproponendole e rimontandole, alle prime esperienze teatrali di Gaber, quelle del Signor G appunto, ma anche quelle di Dialogo tra un impegnato e un non so, Far finta di essere sani, Anche per oggi non si vola». La risposta è un tutto esaurito al Modena, verificabile fin su in alto nell'ultimo ordine dei palchi, e un successo confermato dallo scrosciare degli applausi rivolti a Marcoré e, con pari intensità, a Clemente e Schaetzinger, due diversissime, ma vivaci, puntuali e interattive interpreti musicali.
In collaborazione con la Fondazione Gaber, questa nave è una rassegna che prevede anche una mostra Qualcuno era... Giorgio Gaber (fotografie, interviste, recensioni, testi delle canzoni, monologhi e copertine di 33 e 45 giri, locandine teatrali) e altri due spettacoli: Polli d'allevamento, spettacolo storico di Gaber, su musiche originali arrangiate da Franco Battiato e Giusto Pio, con Giulio Casale (il 25 e 26 gennaio) e un'altra produzione dell'Archivolto, Il Dio bambino da un testo in prosa di Gaber - Luporini - andato in scena solo nella stagione del '93 - con Eugenio Allegri (dal 13 al 16 e dal 19 al 23 febbraio).
Universale e utopico, divertente e sagace, semplice e profondo è il teatro-canzone di Gaber. Tutte caratteristiche che la rivisitazione Marcoré-Gallione conferma: da un lato in un interpretazione che, lasciata l'asprezza di Gaber, trova una chiave ai testi e al genere nella scelta di toni più morbidi e malinconici, e in una caratterizzazione più autonoma e attoriale degli stati d'animo; dall'altra, creando una messa in scena a partire dall'ormai forte lavoro di composizione di un teatro musical-narrativo sempre un po' sur-reale. Da L'ingranaggio a C'è un'aria, da L'odore a La nave, (e ancora Il narciso, Quando sarò capace d'amare, Il dilemma, Si può, Io non mi sento italiano, Quello che perde i pezzi), senza tentare la via dell'imitazione, Marcoré crea un personaggio-fumetto, delicato e divertente, che balzando fuori da una porta foderata di giornali, o arrampicandosi su una sedia o un tavolo, ma anche sbucando da un'altra finestrella, ricorda la silenziosa quanto esilarante Linea di Osvaldo Cavandoli.
La brillante soluzione gaberiana che sfugge alle definizioni, questa forma di spettacolo che è canzone, soliloquio e monologo, ma tiene in sé anche atmosfere ed elementi da rivista e cabaret, viene restituita in una preziosa confezione scenica che trae forza dalla bidimensionalità geometrica: una scatola nera con porte e finestre (rettangoli di diverse forme e dimensioni) racchiusi in cornici bianche, un gioco di luci fortemente cromatico (azzurro, rosa, rosso) che sbuca dai diversi pertugi o dal soffitto componendo il tutto in una realizzazione grafica 3D, con figurine umane proiettate sul nero, perché G sta per Gente - (scene e costumi di Guido Fiorato).
Esce fuori dalla scena un prototipo dell'uomo che parla all'umano, maschio e femmina, quello del vissuto spicciolo, quello del quotidiano, un punto di partenza che a volte nasce dal più scontato dettaglio, Il pelo, e da lì avanti, avanti, si può andare più avanti, per indagare tutto l'intricato stare al mondo, emotivo e fisico: dall'amore all'odio, dalla politica ai media, dalla stratificazione sociale al razzismo, dal ben pensare all'ipocrisia, dall'egoismo all'omologazione e alle molte altre assurdità e incoerenze che Non è che mi manchi la voglia / o mi manchi il coraggio / è che ormai son dentro / nell'ingranaggio (da L'ingranaggio).
Se Gaber è stato maestro è perché oggi può tornare in scena senza essere interprete e permette di godere di quella sua rara capacità di coniugare la leggerezza dell'intrattenimento a poesia, riflessione sull'umano e anche critica - non solo disfattista - della società contemporanea.
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