Vorrei inserirmi nel dibattito sulla musica a Genova per dare un piccolo contributo, da semplice appassionato di musica del tutto esterno alla scena locale, partendo dal problema prezzi e sale.
Ricordo di avere visto a Genova, negli anni 80 e 90, in posti come il teatro Albatros di Rivarolo, il Massimo di Sampierdarena o lo Psyco club nelle sue diverse sedi, nomi del calibro di
Willy de Ville,
Elliott Murphy,
Nico e
Robin Hitchcock. Ovviamente da studente non erano molti i soldi in tasca, eppure riuscivo ad essere presente a quasi tutti i concerti che mi interessavano. A volte mi chiedo cosa riesca a fare oggi uno studente, e la risposta è scontata, anche a leggere le cronache della precaria letteraria di ML, che
fatica a mettere insieme il prezzo del biglietto calmierato del concerto dei Subsonica. E quando arriva qualche nome di calibro nazionale al Carlo Felice, difficilmente si scende sotto i 40 euro.
Cito solo un episodio: lo stupore di Ivano Fossati, raccontato dai giornali, nell'apprendere il prezzo dei biglietti del suo concerto di qualche anno fa nel teatro genovese. Capisco che se si vuole il grosso nome il cachet da pagare è alto. Ma va anche tenuto presente che annullare un concerto per le scarse prenotazioni forse è peggio, sia per il business che per l'immagine, che avere la sala piena ed il margine di guadagno un po' meno alto.
Oggi a Genova, se si parla di locali, mancano le sale intermedie, come quelle che ricordavo sopra, che nel frattempo sono stati riconvertite a sale da ballo o a chissà quale destinazione: si va dai bar o piccoli club ai teatri da parecchie centinaia di posti. In mezzo ci starebbe bene una cosa tipo il
Jux Tap di Sarzana, anche questa una esperienza del passato, anche se molto più recente: una specie di
saloon con american bar e ristorante, dove fino a un paio di anni fa, una volta alla settimana, arrivavano gruppi e solisti rock e blues sempre in grado di richiamare da Liguria, Toscana e dintorni una piccola folla di appassionati. Cito dal lungo elenco: Roger Mc Guinn, Graham Parker, ancora Elliott Murphy, Garland Jeffrey, Sarah Jane Morris o Echo and the Bunnymen. Non proprio degli sconosciuti se si segue anche da lontano cosa succede nel rock.
Possibile che sia finito tutto nel nulla? Ebbene si, anche se la formula, io credo, potrebbe essere riproposta oggi con analogo successo anche in altre città.
In campo jazz sicuramente in Liguria c'è molto e va reso ogni onore e merito ad istituzioni come il
Lousiana Jazz Club, o l'apolide Ellington Club che organizzano rassegne, concerti e iniziative didattiche ed ai quali devo personalmente l'iniziazione alla musica afroamericana, o il
Gezmataz. L'impressione però è che si potrebbe avere molto di più del festival estivo e di una rassegna autunnale di due/tre date al Teatro Modena.
Mi piacerebbe vedere più coraggio e varietà delle proposte, anche tenendo conto dell'ottimo momento della scena italiana. E formule organizzative nuove, prendendo magari spunto da quello che in altre città funziona da decenni.
Pensate che bello un Festival jazz dei caruggi con una settimana di concerti sparsi fra grandi teatri, clubs e una marching band che fa il giro dei vicoli. È osare troppo per Genova?