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Ughi: in Italia non si insegna la musica

 
Nel camerino del violinista dopo il concerto genovese. Il rapporto fisico con lo strumento, lo studio costante. I problemi del nostro paese
 
   

     
Genova, 15 gennaio 2008
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Uto Ughi
Uto Ughi
di Andrea Ottonello e Manuela Lenti
Un calorosissimo successo di pubblico, ancora una volta, al Carlo Felice di Genova, per Uto Ughi, violinista di fama mondiale, ospite della stagione GOG lunedì 14 gennaio 2008. Lo abbiamo incontrato in camerino, a fine serata, ancora esausto. Eh già, perché lui è uno che quando suona, dà tutto, anche l'anima, e il pubblico l'ha ricambiato con autentiche ovazioni. Uto Ughi è uno dei pochi oggi a comprendere e a far capire al pubblico che la musica non è fatta di note, ma di ben altro. E poi, è il violinista che crede nei giovani, come vi avevamo raccontato l'anno scorso.

Maestro, complimenti! Teatro stracolmo, con tante persone che forse sono venute apposta per lei, che di solito non bazzicano il Carlo Felice. Cosa ne pensa? Ha sentito gli applausi tra un tempo e l'altro delle sonate?
«Beh, una volta c'era "l'applauso a scena aperta", nella lirica. Io trovo che non bisogna essere snob: se il pubblico desidera manifestare che è contento meglio che applauda piuttosto che fischi! Un applauso è una manifestazione di contentezza! Come si può essere scontenti di un applauso in più?».

Stasera, vedendola suonare, abbiamo avuto l'impressione che lei facesse l'amore con il violino per tutto il tempo.
«Beh, il rapporto fisico con lo strumento è fondamentale, come un cantante con la sua voce. Lo strumento è un mezzo di espressione e lo si usa in tutti i modi, spirituali e sensuali, come se fosse una cosa viva, come una voce che va modulata a seconda dell'esigenza, della fantasia del momento. L'importante è non annoiarsi mai, e per farlo almeno io non devo fare troppi concerti, non più di 50 l'anno; so che c'è chi ne fa oltre 100, ma per me è una follia. Tra l'altro, il pubblico avverte subito la stanchezza, la routine di chi ha di fronte. Certo, dipende anche da come uno suona, se suona con il massimo dell'intensità, dell'espressione, dell'impegno: sono scariche di adrenalina pazzesche, che non permettono di dormire! Io dopo un concerto dormo pochissimo: se cominciassi a non dormire per 100 notti l'anno beh, invecchierei subito!».

Lei quanto tempo dedica al violino? Studia tutti i giorni?
«Certamente, come diceva il vostro illustre concittadino Paganini, "se sto un giorno senza suonare me ne accorgo subito, se sto due giorni se ne accorge anche il pubblico"».

Com'è il suo rapporto con Genova e col suo pubblico?
«Molto bello, io cerco sempre di creare tra me e il pubblico una sinergia, perché è bellissimo se si riesce a creare una trasmissione di pensiero tra l'esecutore e l'ascoltatore. Stasera ho visto che forse si è un po' allentata la "tensione" durante la sonata di Debussy: è un autore difficile, introspettivo, ma io amo così tanto questa musica, che lui ha scritto quando stava per morire. Una sorta di testamento spirituale, naturalmente non è una cosa ad effetto, è più che altro una cosa interiore molto sofferta».

E ora, la politica: lei è da tempo attivo in Italia per sopperire alla carenza di formazione musicale del nostro Paese; cosa sta succedendo in questo momento?
«Ho creato da qualche anno un festival a Roma dedicato ai giovani; sempre qualche tempo fa, mi avevano chiesto di fare qualche spot sulla musica classica, ma non penso che sia stato di grande utilità. Quello che invece servirebbe davvero è un'istruzione musicale vera nelle scuole - in questo senso l'Italia è uno degli ultimi paesi al mondo».

Noi abbiamo 27 anni e sentiamo dire dai nostri coetanei che la musica classica è "difficile, roba da vecchi, da sfigati". Lei cosa ne dice?
«Ma guardi quello che è successo stasera! Tutto dipende dall'interprete! È evidente che se l'interprete è noioso, non motivato, allora trasmetterà poca energia e poca convinzione. La musica classica dipende da come è fatta, come del resto anche la musica leggera».

E qual è il suo rapporto con la musica non classica? Lei ne ascolta?
«Ascolto più che altro musica etnica. Quando faccio dei viaggi - per esempio in Sud America o in Africa - amo molto conoscere la musica locale; del resto grandi geni come Stravinskij, Bartòk, lo stesso Brahms, hanno attinto a piene mani dalla musica popolare. Tra l'altro, un conto è la musica popolare, che fa parte dell'identità delle persone, un conto è la musica rock globalizzata, che viene propinata oggi, e che nulla ha a che vedere con la musica popolare».
 
 
 
 
 
 
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