È un vero peccato che determinati CD non riescano a raggiungere il cosiddetto "grande pubblico", soprattutto quando si
tocca il tasto del jazz. Pensiamo solo allo sforzo che c'è dietro al pregevole lavoro del pianista e compositore milanese
Massimo Colombo (già con i Linea C di
Walter Calloni e Stefano Cerri, poi sostituito da Attilio Zanchi). Al di là delle brillanti tracce,
che sfrecciano con piacevole leggerezza sull'onda di un sonoro entusiasmo tattile, Colombo suona in trio con due
colossi storici della fusion mondiale: Billy Cobham e .
L'operazione vede la produzione del manager Giampaolo Abbondio (Symphonia) con il contributo (anche in sede
distributiva) dei lungimiranti . Caravaggio - questo il titolo
dell'album - si libra tra omaggi e debiti (Para Monk), talvolta senza disdegnare il gusto per climi espressivi
standard (Blues for 3) o brasileire (Mirabilmente in giallo); quindi mutazioni di mood che si trasformano
in calcolate jam (Da umori a timori) o in intime rifrazioni novecentesche dal sapore classico (You
are).
Il gioco improvvisativo, paradossalmente, si fa scrittura attraverso il morbido tocco di Colombo che ben si
assembla al linguaggio quasi melodico della batteria di Cobham e alla spontaneità metrica di Berlin (il suo
basso svela il massimo delle proprie potenzialità in Blues for 3). E, tanto per completare il quadretto, in cabina
di regia, a mixare, c'è un tal , che nei primi anni Settanta suonava nei
Weather Report di Joe Zawinul e Wayne Shorter. Frammenti di storia dell'ultimo jazz che si ritrovano in un piccolo
miracolo chiamato Caravaggio.
Il chitarrista torinese degli Arti & MestieriGigi Venegoni, nel 1977, dette vita ad un gruppo
"aperto" a suggestioni e musicisti di ogni tipo, un ensemble dal sapore eponimo: . La Cramps pubblicò, rispettivamente nel '78 e nell'80, Rumore rosso e Sarabanda, all'interno dei
quali passarono strumentisti del calibro di Ludovico Einaudi, Claudio Pascoli, Maurizio Gianotti
(già con i Procession). La fiamma si spense, poi vi fu una parentesi episodica alla fine del decennio successivo
(Nocturne, più vicino all'elettronica dei guitar synth e delle programmazioni melocibernetiche); un silenzio
durato sino al 2006, quando su sollecitazione dell'ex compagno di arte e mestiere (Beppe Crovella, patron
dell'), Venegoni riforma il complesso nella line-up (quasi) originaria, dando
alle stampe Planetarium (2007).
La tracklist è disseminata di atmosfere (soft) fusion a tratti latineggianti. Il sound non è lontano da quello
percepibile nei dischi diPat Metheny o Windham Hill (la scuderia dei vari Michael Manring, Shadowfax e Mark
Isham). Per fortuna, qua e là, si assiste a graditi rientri verso quell'approccio di scrittura irregolare che fu unico
negli Arti & Mestieri (Rotta 355 Bothros), anche con un'insolita baldanza "etnica" (A Perdifiato). Verrebbe
da scrivere "luci e ombre", ma ad essere onesti, Planetarium è la provvisoria sintesi di un compositore che, dai
primi anni Settanta, si è mosso traendo spunti dai King Crimson per subire, quasi in contemporanea, la
fascinazione di Zappa. Oggi Venegoni sembra approdato ad uno stile che non ha più la vis sperimentale di un
tempo ma la chiarezza, il nitore, la maniera e, perché no, la raffinatezza di chi ha saputo costruirsi un linguaggio
personale, fedele al proprio tratto evolutivo.