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Musica a Genova? Continua il confronto

 
Il dibattito sugli spazi non si placa. Oggi parla Monica dell'agenzia Suitside. Non è contenta di come vanno le cose e ha un proposta
 
eventi
Il nostro articolo sulla chiusura della Panteka ha innescato un dibattito sulla mancanza di spazi dedicati alla musica a Genova.
Vari gli interventi che si sono succeduti: da Mauro Cipri a Matteo Casari, dal cantautore Federico Sirianni a Roberto Caneva, Andrea Baroni, fino a Gigi Picetti, Marco Fuori e di nuovo Caneva.

Oggi pubblichiamo l'intervento di Monica Melissano, che gestisce da otto anni l'agenzia ed etichetta discografica Suiteside. Visto che il lavoro glielo permetteva, ha deciso di venire a vivere a Genova. Il suo pensiero da addetta ai lavori svela alcuni particolari non evidenti a tutti, ma che fanno capire bene il perché Genova è ai margini del movimento musicale nazionale. E forse non ne uscirà così presto.

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Genova, 25 gennaio 2008
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di Monica Melissano
   
Iggy Pop
© foto: flickr.com - Robert Scales
Iggy Pop
Due righe su quest'argomento su cui si torna spesso, con - a mio parere - troppe parole e poche soluzioni, perché le soluzioni nascerebbero da un confronto e da un cambio di attitudine. Premessa: gestisco da ormai otto anni Suiteside, un'agenzia di booking ed etichetta discografica. Lavoro a livello nazionale e internazionale, viaggio, conosco bene la situazione in altre città non solo italiane. Ho vissuto per 15 anni a Bologna, ho scelto poi Genova innamorata del clima e del paesaggio di questa città.

Alla fine, per il tipo di lavoro che svolgo, essere qui piuttosto che altrove non cambia molto, però ammetto di star iniziando a rimpiangere più di un aspetto della fredda e nebbiosa Emilia Romagna e della sua scena musicale.
Prendete il mio come un punto di vista "esterno", come quello di un addetto ai lavori che alla fine non è dentro alle storie e alle problematiche di questa città. Ma che ne sente i limiti.

Prima di tutto, la mancanza di professionalità. Troppe scelte e situazioni affidate al cosiddetto do it yourself. Sembra che considerare la filiera musicale in termini lavorativi sia considerato un'eresia. Io organizzo pochi concerti a Genova, pur lavorando abitualmente in altre città italiane con alcuni fra i migliori clubs della scena indie rock. Devo ammettere che solo a Genova mi son trovata a fissare serate con un compenso per il gruppo indefinito (dipende da come va la serata) o peggio ancora definito ma non rispettato. Solo a Genova - tranne alcuni casi - non è previsto che il locale paghi da dormire al gruppo che si esibisce.

A Genova non ci sono radio alternative (scusate, è la solita lamentela, ma vengo da una città in cui ce n'erano ben tre, e in una ho lavorato per 8 anni). Ammetto che i concerti ci sono, ma - non ultime per le ragioni sopra elencate - c'è uno sganciamento totale dal "flusso" di quel che accade altrove, e difficoltà, con poche eccezioni, a portare altrove il flusso di quello che comunque qui avviene, oltre l'ottica dello scambio di concerti.

Genova è fuori dall'hype. Potrebbe essere un bene, ma se avessi 15 o anche 20 anni sarei disperata nel constatare che non c'è uno dei gruppi di cui le riviste parlano al momento o i cui video passano su Brand:New (programma musicale di Mtv) che passi a suonare da qui. Ci si lamenta che la gente non è interessata ai live, a nessuno viene in mente che forse c'è un pubblico che non è interessato ai live che ci sono a Genova, ma che si muove su Milano/Torino/Firenze e perfino Bologna per vedere i gruppi che ama? Non prendetela come mugugno, vorrei fosse costruttivo, ma è difficile far capire le differenti condizioni con cui è possibile lavorare per un'agenzia di booking su altre città e qui. È difficile spiegare a gruppi di altre città con esposizione su tutte le riviste e 80 date all'anno all'attivo che qui non ci sono spazi, o che dovrebbero venire a metà del cachet.

Faccio dei nomi, di bands italiane che stanno girando molto negli ultimi mesi: A Toys Orchestra, My Awesome Mixtapes, Canadians, Le luci della centrale elettrica, Amor Fou, Disco Drive, Settlefish, Mojomatics, Les Fauves. Lasciamo stare gli stranieri, che il discorso diventa lungo. Questa è la scena italiana attuale con cui confrontarsi. A parte Atari e Don Turbolento, che han suonato al Milk (bene!) a parte qualche bel nome della scena nostrana hardcore/punk/post rock che passa in Buridda, da qui pare non stia accadendo nulla.

Sono constatazioni, limiti a cui forse non c'è rimedio, come non c'è rimedio alla spocchia che viene spesso riservata ai pochi gruppi di Genova che riescono a emergere altrove senza passare dai soliti canali locali. Se Bologna i My Awesome Mixtapes se li è coccolati spingendoli in tutti i modi, unitariamente, e con tutti i canali possibili, qui sembra che appena qualcuno inizia a suonare nel resto d'Italia a cachet decenti attiri cori di insulti e maldicenze basate su pregiudizi.
Io una piccola, piccola idea ce l'ho. Una serie di incontri aperti con professionalità della musica che operano in altre città, ben pubblicizzati e organizzati in un luogo pubblico e facilmente raggiungibile (mentelocale café, ad esempio). Per aprire un confronto.
 
 
 
 
 
 
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