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È bello pensare che possa esistere qualcosa che accomuna tutti gli esseri umani, ovunque essi vivano. «Chi vive nel deserto non ha mai visto il mare o chi vive nei ghiacci non ha mai visto una palma, ma il cielo appartiene a tutti», racconta Daniele Finzi Pasca, autore e regista dello spettacolo Nebbia in scena al Teatro Modena dal 30 gennaio al 3 febbraio. Terza parte della Trilogia del Cielo, con Nomade e Rain, nati dalla collaborazione tra il Teatro Sunil di Lugano e il Cirque Éloize di Montréal, Nebbia è una naturale continuazione dell'immaginario un pò onirico e un pò nostalgico di Daniele Finzi Pasca.
Regista e autore di origini italiane, nato in Svizzera e cresciuto in una famiglia di fotografi, sostiene di non mettere in moto i ricordi della propria vita sulla scena, ma ricreare delle immagini con cui ha sempre convissuto. «Non parto dalla realtà. In fondo la fotografia fa credere che le cose siano reali ma non lo sono. L'istante non esiste e la foto rimane un'astrazione» racconta Finzi Pasca. Le sue produzioni sono immagini in movimento, frammenti di vita che si snodano tra istanti melanconici e visioni oniriche e possono trasformarsi in attimi più spensierati. Un universo poetico profondamente umano, che nasce da una sensazione o da un ricordo e che muta con il tempo, un immaginario che trova nel cielo un elemento quasi celebrativo. Se Nomade racconta come «di notte il cielo è più grande» e come al calare del buio gli spiriti nomadi si ritrovano, festeggiano, si incontrano, con Rain «il cielo ti cade addosso, come quando da bambino potevo bagnarmi sotto i temporali estivi e la pioggia diventava un momento liberatorio. In Nebbia, invece, il cielo viene a prenderci, ci avvolge, e l'orizzonte si schiaccia fino a non esistere quasi più». Il regista, in questa ultima produzione, che dopo l'Italia girerà in Svizzera, Slovenia, Colombia e Corea per poi arrivare in Canada, ci trasporta nel mondo delle persone anziane, di coloro che se ne stanno andando lentamente, che si continuano a sentire vicine ma si confondono alla vista.
«Il cielo è portatore di molte cose, anche inaspettate. Nei miei spettacoli faccio cadere molte cose dall'alto, mi piace sorprendere e attraversare la scena con oggetti e personaggi in aria» prosegue il regista che nelle sue messe in scena sembra rievocare un amarcord felliniano e personaggi alla Chagall. È lui stesso a descrivere il suo lavoro «colmo di spose che volano sul palcoscenico, echi di un tempo inventato e il sapore di nostalgie immaginate». Attento alla scelta degli interpreti e a valorizzarne le capacità poliedriche come attori, acrobati, danzatori e cantanti, Finzi Pasca mette in scena nomadi di un tempo moderno riconciliati con la vita e portatori di emozioni semplici e dirette, che attraversano funi colme di speranza e a tratti incrociano gli occhi lucidi della platea.
Piccole e grandi storie quotidiane riaffiorano tra una peripezia e l'altra, sulla partitura di Maria Bonzanigo, registrate dall'orchestra sinfonica di Lugano. «Una musica quasi cinematografica, che accompagna e contrasta allo stesso tempo i suoni delle percussioni dal vivo. Quadri ritmici che si succedono e sembrano ripercorrere una storia remota, quella del teatro e dell'acrobazia, e come in un rituale antico il cielo si fa mantello per coprirci le spalle, per proteggere i nostri sogni».
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