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Cosa ne sanno i ventenni del '68?

 
Cultura, politica e società. Cosa rimane di quel periodo di partecipazione? A quarant'anni di distanza, ecco che ne pensano i giovani
 
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Genova, 2 febbraio 2008
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di
Francesco
Pedemonte
   
sessantotto 2
 
Il '68 visto dai trentenni. Ascanio Celestini e altre otto recensioni: di questo argomento si parla anche nel numero di febbraio del mensile Giudizio Universale, in questi giorni in edicola.

La squadra di giovani collaboratori del periodico - che allora non erano ancora nati - danno vita in queste pagine ad un approfondito servizio sugli avvenimenti politici e sociali che hanno contraddistinto il 1968: non una celebrazione di quel periodo, bensì un'analisi attuale di alcuni elementi che lo hanno fortemente connotato: dal Libretto Rosso di Mao alla Zanzara, dagli slogan ai volantini degli studenti in fabbrica, Marcuse, lo stalin, Mafalda e Valentina, Amore e Rabbia, Contessa di Pietrangeli.
I am he, as you are he, as you are me, and we are all together
(I am the Walrus, Beatles, 1967).

A distanza di quarant'anni, credo siano queste le parole che meglio riassumano il fermento sessantottino. Nato nel 1981, faccio parte anch'io di quelle generazioni che hanno conosciuto il '68 solo tramite film, libri, giornali e immagini d'archivio. Ho provato a riflettere su fatti storici, ho sentito canzoni, ho sfogliato libri e giornali e sono arrivato alla conclusione che lo spirito di quell'anno ben si racchiuda nella parola partecipazione. Un esserci che non si esauriva nella retorica degli slogan, ma che rivelava un forte desiderio di condivisione sociale, culturale e politica. Chi allora partecipò al movimento, oppresso dalla costante minaccia atomica e schiacciato tra due sistemi sociali che non lasciavano spazio a coralità giovanili, desiderava con-dividere.
E oggi, che i tempi di comunicazione si sono ridotti, i giovani che giudizio ne danno?

«Se penso al ‘68 - sottolinea Laura (26 anni) - mi viene in mente il maggio francese, la lotta, i film di Goddard. Un momento di intensa attività culturale e politica. Un' esperienza sì italiana, ma soprattutto internazionale».
Cultura quindi, ma anche impegno sociale. «Più che il '68 in sé - osserva Simone (26 anni) - a me restano indelebili le lotte operaie dell'anno dopo. Gli studenti all'uscita delle fabbriche, i lavoratori che si incontrano con gli intellettuali, insomma un momento di presa di coscienza culturale».

Quali però le immagini, le parole e i suoni che restano di quel periodo?
«Per me - risponde Erika (23 anni) - il '68 è sinonimo di libertà, uguaglianza e diritti. Principi che hanno interessato culture e paesi diversi tra loro. L'anno che segna la nascita del mito di Che Guevara, che vede il rifiuto della guerra in Vietnam, ma anche l'anno della primavera di Praga. Non solo ribellione e contestazioni studentesche, quelli - continua - erano gli anni di Joan Baez, Bob Dylan e Janis Joplin. John Lennon cantava Lucy in the Sky with Diamonds e Jimi Hendrix suonava la chitarra con i denti. Ma anche gli anni di Allen Ginsberg e dell'università di Berkeley. Se penso alla speranza che avevano i giovani allora - conclude - la realtà di oggi mi sembra ancora più triste».

Questa data ha significato anche cambiamento di costumi e idee. C'era una volta il west, La guerra di Piero, ma anche divorzio e minigonne.
«Se penso al Sessantotto - dice Anna (23 anni) - mi vengono in mente camicioni a fiori, capelli sciolti, dibattiti, chitarre sui prati e corse per scappare alle guardie. Ma anche libertà. Come diceva Gaber - continua - libertà è partecipazione, possibilità di far sentire la propria voce: quella degli studenti, per essere coinvolti nei programmi di studio e nei metodi di insegnamento, quella delle donne, per poter scegliere se restare o meno con un marito-padrone e disporre autonomamente del proprio corpo, e quella dei popoli del Terzomondo, per il diritto a non sottomettersi ad un neocolonialismo fondato sullo scambio ineguale. Di tutto questo - conclude - in Italia credo sia rimasto ben poco. Forse una serie di diritti riconosciuti solo sulla carta, ma perennemente negati e sottovalutati».

Quale quindi il significato, il messaggio e l'eredità di quell'anno? «Delle idee di allora - risponde Luca (26 anni) - nella società di oggi è rimasto poco. Sicuramente la produzione culturale continua ad avere validità, ma il messaggio del '68 ha senso solo se calato in quel momento storico. Riproporlo oggi sarebbe un'operazione azzardata».
«Secondo me - interviene Matteo (26 anni) - è necessario distinguere cosa il Sessantotto sia stato in America e cosa invece in Europa. Oltreoceano fu opposizione alla guerra in Vietnam e lotta contro la segregazione razziale, da noi, invece, è probabilmente andato più a fondo soprattutto nell'analisi degli schemi sociali esistenti. Dal punto di vista macroeconomico - continua - il Sessantotto è uscito sconfitto. La sua eredità più proficua è probabilmente nel costume, nel concepire ad esempio un nuovo modello di famiglia, l'inizio dell'emancipazione femminile e la lotta per il divorzio. Questi gli aspetti che forse hanno inciso maggiormente nella realtà italiana».

L'analisi di un fenomeno complesso e globale come il '68, un movimento che ha interessato tutto il mondo occidentale, è un compito difficile da assolvere. Provo quindi a concentrare l'attenzione sul nostro paese.
«L'Italia - precisa Roberto (30 anni) - assieme alla Francia è il paese che ha visto la maggior partecipazione popolare. Le istanze dei manifestanti erano di grande importanza: partecipazione, coinvolgimento, ma soprattutto maggior usufrutto di quei benefici che la società italiana aveva goduto con il boom economico. Pacifismo, antirazzismo e rifiuto del potere come strumento di oppressione. D'altra parte - continua - ci furono anche aspetti negativi: l'incapacità di produrre risultati e programmi concreti e un'interpretazione scorretta di alcuni fenomeni che avvenivano lontano dal nostro paese».

In conclusione, riporto il giudizio che ne da oggi, con una certa amarezza, chi a quegli anni ha partecipato. «Dal punto di vista politico - sostiene Gianni (55 anni) - non è rimasto niente, anzi, molte delle figure che sono uscite dal movimento hanno preso strade opposte ai valori di quel periodo, una parentesi idealista sconfitta dalla storia».

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