Presentato alla
Mostra di Venezia nel 2006,
Lettere dal Sahara è uno dei pochi film a mettere in scena la vita di un immigrato clandestino.
La pellicola racconta la storia di un ragazzo senegalese che, costretto ad abbandonare l'università per problemi economici, decide di partire per l'Italia affrontando un viaggio clandestino. Così
dopo un naufragio e l'approdo a Lampedusa inizia a lavorare, in nero, in giro per l'Italia e, dopo tante vicende, riesce ad ottenere un lavoro in fabbrica e l'atteso permesso di soggiorno.
E vissero tutti felici e contenti? No, favole a parte, da qui inizia un percorso emotivo che porterà Assane (il protagonista) a mettere a confronto la difficile integrazione con le origini smarrite ed un'unica soluzione:
il ritorno in Senegal alla ricerca di un vecchio professore universitario che gli restituirà l'identità perduta.
Vittorio de Seta, il regista, è un ottantaduenne vispo e curioso che ha cercato di rappresentare fedelmente il duro tirocinio degli immigrati. «Assane - dice il produttore - si rende conto che l'integrazione gli corrode l'identità e l'identità vale più della fame per tanti uomini».
Abbiamo voluto incontrare Assane, il cui vero nome è
Djibril Kebe, affinché raccontasse la storia di un clandestino che diventa attore, la sua storia; e siamo stati accolti da un bellissimo ragazzo di colore con l'accento alla Alberto Sordi.
Come mai sei stato scelto come protagonista di Lettere dal Sahara?
«Ho risposto ad un cast nazionale. Vittorio, il regista, arrivato a Firenze per scegliere il protagonista, ha visto in me il personaggio giusto. Il caso ha scelto per me».
Quali cambiamenti sono avvenuti nella tua vita dopo aver girato questo film?
«È stata un'esperienza pazzesca che ha lasciato segni profondi nel mio modo di vivere e di pensare. Oggi la mia vita è diversa, è migliore. Nonostante la notorietà io rimango una persona semplice e sensibile. La mia storia non è la stessa di Assane ma abbiamo molti tratti in comune. La trama del film infatti è nata dall'insieme delle tante storie che ho sentito e che ho vissuto ed il regista mi ha ascoltato molto».
Ti senti accettato oggi?
«Io mi sento bene, con me stesso e con tutti, perché credo di avere toccato il fondo dell'essere umano. Mi spiego: ho dovuto affrontare me stesso prima di essere accettato da un altro paese e molto spesso quando si è giovani non ci si conosce abbastanza ma io l'ho fatto sfidando l'età e lontano dai miei affetti ed oggi sono sereno. Molti immigrati vengono trattati come se cercassero qualcosa "di qualcun altro" perché non nati nel luogo in cui cercano. Ma sapete cosa si cerca? Non l'oro, non la tv, non il lavoro da primario. L'immigrato cerca solo di soddisfare i bisogni primari: mangiare, una casa e sostentamento per la famiglia».
Cosa proporresti al Governo e alle Istituzioni per risolvere il problema?
«Questa è una storia che si ripete e si ripeterà sempre. Tutti i popoli l'hanno vissuta, Italia compresa con l'emigrazione di molti italiani in America ed in Sud America che ha generato più di cinque milioni di emigrati dalla metà dell'ottocento fino al 1914. Chi sta al Governo è certo il primo a conoscere la storia. Si emigra per cercare una vita migliore, ecco il problema. Allora aiutiamoci per emarginare l'egoismo e l'incoscienza collettiva che fanno del "debole", del "diverso", dello "straniero" un fiore marcio che ha per radice una società malata, talvolta soltanto per fini politici e generando odio reciproco».
Come credi si possa sensibilizzare il popolo italiano nei confronti dell'immigrazione? Hai un consiglio?
«Prima regola: rispettare l'essere umano. Secondo: interagire con i suoi difetti e i suoi pregi perché ciò che non bisogna dimenticare è che entrambi non sono innati ma il frutto di un ambiente socio culturale. Terzo e non ultimo: studiare! Conoscere è una grande ricchezza: se ognuno di noi avesse la possibilità di conoscere, l'ignoranza non esisterebbe più».
Qual'è stata la tua più grande soddisfazione dopo aver girato il film?
«Sicuramente avere incontrato l'amore della mia vita: mia moglie!»
Alle persone che leggeranno questo giornale, che messaggio vorresti dire?
«Noi siamo l'umanità che è arrivata fin dove siamo. Non siamo solo violenza, terrorismo, xenofobia. Siamo anche quello, ma prima di tutto siamo "uomini" e si va avanti. Coraggio!»
E poi, con quell'accento meraviglioso mi fa: «Quando ami POI fare ciò che VOI!»