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I nostri giovani? Isolati e precari

 
La società ha castrato le nuove generazioni. La spinta rivoluzionaria è persa, e si è giunti a una 'ebetudine' indifferenziata
 
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Genova, 11 febbraio 2008
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di Giorgio Boratto
   
Perché i giovani non si ribellano? Me lo domando anch'io. Con tutte le 'porcate' che vengono propinate dalla classe politica, quella che Gian Antonio Stella racconta ne La Casta, viene spontaneo chiederselo: ma perché i giovani non si fanno sentire?
A dire il vero, un sonoro 'Vaffanculo' con il blog di Beppe Grillo lo hanno fatto sentire. Erano i giovani dai 18 ai 35 anni che, grazie ad Internet ed il suo tam-tam, si sono radunati nelle piazze l'8 settembre dello scorso anno a gridare forte che volevano un'altra politica, un'etica diversa con delle regole uguali per tutti: i politici assunti a progetto. Era un bel segnale, non so quanta forza rappresenterà per facilitare i cambiamenti e dare insieme spazio alle nuove generazioni.

Purtroppo uno dei peccati mortali della nostra società è quello di avere castrato la sua gioventù. L'attuale sistema sociale ha ridotto la grande spinta rivoluzionaria della giovinezza in qualcosa di indefinibile: la salutare rivolta contro i padri è sostituita dalla necessaria resa ai gruppi.
A distanza di oltre 40 anni possiamo chiederci se sia possibile un altro '68? In quel periodo si assisteva alla scolarizzazione di massa; erano le generazioni nate nell'immediato dopoguerra che si presentavano all'università con una forte voglia di rinnovamento e di aggregazione. Si contestava l'autoritarismo, e oggi?
Oggi si incontrano sempre più giovani alle manifestazioni per la pace e contro i G8, una buona parte di loro rifiutano il consumismo; ma quello che sta caratterizzando il nostro tempo ha delineato l'evoluzione umana in un'unica fase: l'ebetudine indifferenziata. Non mi meraviglierei di vedere un partecipante al Grande Fratello televisivo al corteo anti G8 e viceversa.

Oggi abbiamo un tragico appiattimento dei modelli di comportamento. Tutti si ritengono giovani; si ritarda l'invecchiamento con plastiche, ricrescite, medicamenti, ma vecchi lo si diviene intanto per pensiero.
La cosa che lentamente permea la fase giovanile, rendendola paradossalmente permanente, è lo stato di precarietà: è precario il lavoro, l'economia, i sentimenti, l'amore. Tutto è precario, con questa premessa la maturità, l'autonomia, rimane un arduo traguardo. In tutto questo c'è la volontà di isolare i giovani, cui è garantita la small talk, la chiacchiera insulsa, in un mondo che la riflette.
Voglio concludere che, al di là di fattori anagrafici, abbiamo molte risorse interne che aiutano a osservare meglio ciò che ci circonda a vedere quello che stiamo diventando. Perché, per dirla con Bob Dylan, chi non é impegnato a nascere é impegnato a morire.

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