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Le Orme + Delirium, la locandina dell'evento
Le Orme + Delirium, la locandina dell'evento
 

Le Orme e Delirium: un concerto storico

 
Al Politeama Genovese, una serata memorabile di musica progressive. 2 gruppi in piena forma, anche meglio che negli anni '70. La recensione
 
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Genova, 14 febbraio 2008
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di Riccardo Storti
   

Il 13 febbraio 2008 Delirium e Orme si sono divisi il prestigioso palco del Politeama Genovese dando vita ad una serata progressive dai contorni memorabili. Ma c’è un precedente che risale al 18 settembre 1971, quando le due band (e con loro i J.E.T.) aprirono al Palasport l’attesa performance dei Colosseum.
A quasi 37 anni di distanza lo spirito non è mutato, così come il pubblico, accorso copioso in platea in un mix di generazioni. Precisa e attenta al dettaglio l’organizzazione curata dallo staff della Black Widow Records, la label indipendente che, in barba a qualsiasi mugugno o maniman, procede caparbia sulla scorta di un inesauribile (e quasi idealistico) entusiasmo.

Salgono i Delirium e scaturisce il primo omaggio (Theme One dei Van Der Graaf Generator) seguito dall’usuale scaletta antologica tratta dai tre album (Dolce Acqua, Lo scemo e il villaggio e Viaggio negli arcipelaghi del tempo). Band sempre più rodata, capace di andare ben al di là di qualsiasi tentazione nostalgica. I suoni sono attualizzati e, durante la performance, emergono episodi di ragguardevole pregio qualitativo come la trama in 13/8 di Culto disarmonico, la grintosa Villaggio, la floydiana Gioia, disordine, risentimento e La battaglia degli eterni piani con tanto di quartetto d’archi al femminile (Gitipica).
Qualche anticipazione dal nuovo album che uscirà la prossima estate (Il nome del vento) con Dopo il vento, longtrack tra King Crimson, jazz rock e Camel dotata di aperture corali simili a quelle dei New Trolls. Gradevole il pop dell’inedita L’acquario delle stelle integrato dalla proiezione del video. Tra un evergreen e l’altro, non potevano mancare due tributi: un misto di brani dei Jethro Tull e la conclusiva With a Little Help from My Friends versione Joe Cocker.

Va detto subito (e senza indugi) che sulle Orme aleggiava qualche perplessità, dovuta alla recente defezione del polistrumentista Andrea Bassato. Riflettendo sulla complessità timbrica e strutturale di alcune composizioni dei veneti, veniva quasi facile dedurne i relativi rischi on stage. Ma questo ritorno alla formazione triadica (basso, batteria e tastiere), sulla carta, aveva sortito apprezzamenti e, soprattutto, allo stato attuale, funziona. Pur mancando un elemento chiave, ciò che non latita è l’affiatamento.
Bastano le prime note di Uno sguardo verso il cielo per capacitarsene. Sembrano le Orme del ’71, anzi, sono meglio. Michele Bon fa di necessità virtù e si dimostra sicuramente uno tra i più preparati tastieristi della scena italiana. Si divincola con agilità e abilità tra organo, sintetizzatore analogico, pianoforte digitale e guitar simulator. Uno spettacolo tanto “essenziale” quanto ricco di liete sorprese. Di tanto in tanto gli giunge l’apporto sporadico di un altro synth suonato dal vocalist Aldo Tagliapietra, già impegnato alla sua Manne con doppio manico (basso e chitarra 12 corde). Il drumming di Dei Rossi si concede simpatiche interazioni con il pubblico. Il concerto vola dai successi di Uomo di pezza sino alle sostanziose suite dell’ultima trilogia (Il fiume, Elementi e Infinito) e del capolavoro Felona e Sorona, per uno scoppiettante medley finale (Collage, ripresa di Sguardo verso il cielo e Blue Rondò a la Turk con citazione criptata dell’Inno di Mameli). 
Qualcuno era convinto che, senza il “quarto uomo”, la band sarebbe entrata in crisi…Dopo simili prove, è anche onesto ricredersi. Chapeau.

 
 
 
 
 
 
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