Care Amiche e cari Amici, in questo periodo avevo bisogno di silenzio. E l’ho fatto. Siamo in un momento triste, dove in questo nostro paese si è toccato il fondo (oppure non ancora, chissà?), dove chiunque urla con veemenza e senza ritegno qualsiasi cosa, dove sembra che non ci sia mai fine al peggio, a partire dai teatrini istituzionali che ci fanno vergognare di fronte al mondo, passando per la gente che vive in situazioni disumane in una grande discarica a cielo aperto, che pare una metafora dei nostri tempi, per arrivare alle deliranti accuse di Ferrara contro le donne, deliranti e strabordanti perfino oltre la sua stazza e l’immaginabile aggressività obesa, e che feriscono, ma non feriscono solo le donne, feriscono i sentimenti umani nel profondo, feriscono noi tutti nella dignità, anche per la violenza inaudita con cui si è affrontato questo argomento così importante.
Insomma, accendendo la televisione, e leggendo i giornali, mi sono sentita violata, come donna e come cittadina, e prima mi ha assalito il dolore, poi una indignazione feroce che non sapevo dove mettere, poi la tristezza. E la voglia di silenzio. Ho pensato che non volevo entrare a fare parte di un coro di gente che urla la sua rabbia, volevo fermarmi, pensare e permettermi un po’ di quiete. Non so se ho fatto bene, se è la cosa giusta, ma ho fatto quello che ho potuto, quello di cui sentivo il bisogno, e poi c’è sempre il tempo di scrivere, pensare e agire. Con calma. Pensandoci bene. Così, in questa specie di ritiro, che ogni tanto ci vuole, ho messo il veto alla sempre più volgare e sbraitante televisione per ascoltare fedelmente quella che io amo di più, la radio, e immergermi nelle letture.
A proposito di radio, ascoltando Radio Tre, Il terzo Anello, domenica mattina alle 10.50, mi sono imbattuta in una trasmissione interessante, La mia Cuba. Maurizio Chierici, giornalista, inviato del Corriere della Sera in America Latina e poi dell'Unità, e narratore di quel giorno, tracciava un ritratto attento di Cuba, e dell'Avana in particolare, in cui la dimensione del ricordo creava una serie di immagini dei luoghi e delle persone incontrate. In particolare mi ha colpito un aneddoto raccontato, quello del periodo in cui a Cuba, a causa dei vari embarghi, era venuta a mancare del tutto la carta e non si potevano più stampare libri. Così i cubani li elemosinavano dai turisti agli aeroporti e ovunque i libri erano diventati una merce rara e assai preziosa, più ancora del cibo. La Germania fu l’unico paese a prendere a cuore la situazione, aprì un varco nel blocco economico fornendo enormi quantità di carta perché gli scrittori cubani, e per la prima volta anche le scrittrici, potessero finalmente vedere stampati i loro scritti e tutti potessero leggerli.
Come si può stare senza libri? Malissimo direi.
Così, tornando al silenzio e alle letture, ecco le ultime che ho fatto e che ho voglia di condividere con voi.
Comincio da un romanzo del quale si parlerà parecchio in seguito, un po’ più a fondo. Si tratta di Non tornare a Mameson edito da Frilli, scritto da Lilli Luini e Maurizio Lanteri. Un libro a più voci, un’indagine nell’ignoto, nel passato e nelle più remote anse dell’anima. Un noir, un romanzo a tinte gialle, una storia ricca di sentimenti. E tante sono le dimensioni in cui gli autori ci accompagnano, quella della perdita, del dolore, della follia. Ma non voglio parlarne adesso, anche perché ci saranno i modi e le occasioni. Questo romanzo merita uno spazio tutto suo. E la prossima settimana glielo dedicherò. E soprattutto sappiate che venerdì 29 febbraio 2008, alle 17.30, ci sarà la presentazione con i due autori, presso la libreria del Porto Antico. Come sempre Andrea Guglielmino non si lascia sfuggire le cose interessanti.
Venite a sentire.
Altro libro interessante che ho scoperto in questi giorni è un libro di poesie molto bello di Rossella Tempesta. Una chicca. Edito da EdizionidellaMeridiana, il libro porta il titolo di Passaggi di amore. Questa autrice, sensibile e generosa, ci prende per mano mostrandoci certi percorsi della vita, talvolta angusti, talora gioiosi, ma tutti passaggi obbligati nella vita di una donna. Anche di questo voglio parlarvi più a lungo, nelle prossime settimane.
E poi un altro libro di poesie, di Pasquale Corsaro, La finestra sul mare, semplice e raffinato. A volte la poesia è proprio necessaria, me lo dico sempre.
Inoltre. Non mancate di leggere l’ultimo libro e primo romanzo di Valeria Parrella, Lo spazio bianco, edito da Einaudi. Lei non ha bisogno di presentazioni, l’abbiamo conosciuta per i suoi racconti, usciti con Minimumfax, erano belli e veri, e ora la Parrella è cresciuta ancora, affronta un tema grande come l’oceano, la trovo bravissima, riesce a raccontare una storia forte e luminosa, miscelando dolore, morte e voglia di vivere, affrontando contraddizioni e sentimenti di cui è difficile parlare. Lo fa in modo superbo. Ve lo consiglio.
E ancora. Ho letto i romanzi di Magda Szabò, scrittrice ungherese, la più grande oserei dire, anche se sono pochi gli scrittori ungheresi tradotti. Scomparsa verso la fine del 2007, ha lasciato una gran quantità di racconti, romanzi, saggi, cose che amerei leggere, ma in Italia ne sono stati tradotti solo tre, almeno finora. La ballata di Iza e La porta con Einaudi e Abigail con Anfora editore. Trovo sia una delle più grandi scrittrici di tutti i tempi, una di quelle che ti lasciano il segno, che in qualche modo riescono a cambiare qualcosa nella vita.
Proust diceva che ogni persona che si avvicina a un libro, mentre lo legge, legge se stesso. Più precisamente diceva che L’opera dello scrittore è soltanto uno strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso (da Il tempo ritrovato).
Ecco, spero, anzi credo, in questi giorni fatti di intense letture (oltre che lavoro, certo) di avere capito qualcosa in più di me, di quella che sono.
Lo auguro a tutti, di non perdere mai la voglia e il diritto di uno spazio tutto per voi, fatto di buoni libri e di miracolose scoperte.