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Vincenzo Spera
Vincenzo Spera
 

Vincenzo Spera: «a Genova troppi teatri»

 
Ha organizzato i live di Ray Charles, Clapton, Fitzgerald, Baez, Davis tra gli altri. La sua storia e i problemi della città. L'intervista
 
eventi
Il nostro articolo sulla chiusura della Panteka ha innescato un dibattito sulla movida, e sulla mancanza di spazi dedicati alla musica a Genova. Vari interventi si sono succeduti: da Mauro Cipri a Matteo Casari, dal cantautore Federico Sirianni a Roberto Caneva, Andrea Baroni, fino a Gigi Picetti, Marco Fuori e di nuovo Caneva. Sono intervenuti anche Max Lo Buono, Bruno Saccomanni, Miriam Sadolla e Massimiliano Delfino, dell'associazione Onde Sonore e Marzia Giorgi, Monica Melissano, Dom Costa.
Stimolati dalla discussione, abbiamo sentito Paolo Ficai e rievocato la movida di una volta con Claudio Pozzani.

Oggi la parola va a Vincenzo Spera: ovvero, trent'anni di concerti a Genova.

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Genova, 3 marzo 2008
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di
Daniele
Miggino
   

«Dovrei scrivere un libro su tutte le cose che ho visto in questi anni, anzi, uno non basterebbe». Vincenzo Spera organizza concerti da oltre trent'anni, per la precisione dal 1971, quando al suo liceo di Salerno tirò su un delirio per il MacP 100, una festa tradizionale in alcune città d'Italia, che si celebra cento giorni prima dell'esame di maturità. «Abbiamo affittato una nave e invitato Peppino Di Capri - dice - il biglietto allora costava 10.000 lire, ma i bagarini arrivarono a dieci volte tanto. E oltre 500 persone rimasero fuori».
È iniziata lì una carriera che ha portato a Genova, dove Spera si è presto trasferito, Ray Charles, Frank Sinatra, Eric Clapton, Ella Fitzgerald, Roberto Murolo, Joan Baez, Miles Davis, Elton John tanto per dirne qualcuno. Organizzatore, produttore di eventi e spettacoli, l'uomo con il telefono più caldo nell'emisfero boreale (non smette mai di squillare), la sua impronta manageriale ha segnato il cammino della musica nel capoluogo ligure in questi anni.

Nel 1974 in piazza Negri a Genova, dove oggi sta il Teatro della Tosse, il primo concerto. «Il 12 dicembre organizzai il live di Giorgio Gaslini con i Latte e Miele». Nel gennaio successivo porta Franco Battiato, che ha conosciuto quando lavorava nell'ambiente del Play Studio di Napoli, ad aprile Tony Esposito. Anni mitici, quelli dell'Alcione e del Teatro Genova: «a volte si facevano più spettacoli a sera - dice - ricordo una sera con Guccini all'Alcione, facemmo tre concerti, la gente entrava da una parte e usciva dall'altra». Negli anni Ottanta si fa concreta l'idea di farne un lavoro.

Cosa è cambiato da quando hai iniziato? «Tante cose, prima di tutto è cambiata la società. Nel settore musicale è cambiato il tipo di produzione degli spettacoli, la fruizione, gli spazi». Ecco, arriviamo subito al punto: gli spazi. I nostri lettori si stanno appassionando a questo dibattito. C’è chi dice che a Genova sono pochi, chi che non c’è non ce sono, altri dicono che non c'è il pubblico. Tu cosa ne pensi? «Il pubblico genovese è attento e generoso - prosegue Spera – è ingiusto fare paragoni con città come Milano, Bologna e Torino, dove ci sono condizioni diverse. Certo, qui manca la cultura, presente altrove, di un budget dedicato al divertimento, in particolare alla cultura. Mi spiego, c'è chi tutti gli anni tiene da parte i soldi per l'abbonamento dello stadio, ma non quei 50/60 Eu al mese per vedersi un bel concerto. Per quello che riguarda gli spazi: a Genova negli ultimi anni sono cambiate tante cose, ma quando si parla di cultura il teatro di posa rimane l'ideologia dominante di chi detiene il potere. Invece di creare spazi poliedrici e alternativi si è proseguiti sempre sulla strada del teatro». 

E l'esperienza del Vaillant Palace? «Va benissimo ma non è un posto con una direzione artistica, è poco finalizzato. In realtà è una specie di affittacamere: tu hai uno spettacolo, lo prendi per due giorni e basta». Dove trovare posti nuovi? «A Genova i posti sono sufficienti - risponde Spera - il problema è il loro utilizzo. A Genova sono state spese decine di milioni di euro per gestire teatri da 500 posti. Con la stessa cifra puoi dare in gestione una struttura polivalente e garantire una programmazione di trent'anni, dove puoi dare spazio alla creatività in senso lato: jazz, canzone d'autore, classica, musica da camera, ma anche reading poetici, per esempio. Non dimentichiamo che si tratta di denaro pubblico».

C'è un nome che avresti voluto portare a Genova ma non ce l'hai proprio fatta? «Io penso che bisogna volere ciò che si può avere. Non si può pensare di organizzare qualcosa a prescindere dalla città. Comunque, dico Aretha Franklin, Van Morrison e i Rolling Stones, con cui ho lavorato, ma non a Genova». Gli Stones erano venuti a suonare nel 1967, al Palasport.

Come vedi Genova tra dieci anni? «Non ci penso. Mi piace vivere affrontare le cose quando si presentano. Comunque la città sarà sempre all'altezza, quello genovese è un popolo orgoglioso, che non si tira mai indietro quando deve farsi carico delle proprie responsabilità».

 
 
 
 
 
 
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