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Claudio Lizza
Sulla copertina un ritratto di Claudio Lizza
 

Claudio Lizza: maledetto sentimentale

 
Da Ennepilibri il testo drammaturgico 'Desert Eagle'. A 7 anni dalla scomparsa, le ossessioni, le rabbie, le apparenti contraddizioni
 
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Terzo titolo della collana dedicata alla scrittura teatrale della casa editrice imperiese Ennepilibri, diretta da Marco Romei (Teatro delle Nuvole), 'Desert Eagle' è un dialogo brillante e veloce intorno alla relazione dolorosa e irrisolta tra due fratelli, di cui uno votato alla criminalità. Di seguito pubblichiamo l'introduzione al testo di Renzo Trotta.  
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Genova,
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di Renzo Trotta
   

È vero che Claudio (Claudio Lizza, ndr) faceva ridere con le parolacce, come i bambini. Ma quando un suo personaggio protesta: “Non dico grazie ma almeno un vaffanculo”, beh, c’è della grazia in questo, c’è qualcosa di sentimentale. Forse lui si arrabbierebbe a sentirlo, ma penso che il maledettismo dei suoi protagonisti, questo maledettismo da ragazzo mai cresciuto, si nutra fino al midollo di una rabbia vera, ma anche di puro, tosto sentimentalismo. In fin dei conti, anche i film che gli piacevano, e che citava e raccontava a memoria, con tutte le battute (da ragazzino si faceva pagare 500 lire per raccontare i film, era strepitoso), erano film che spaccavano tutto, ma sul fondo di sentimenti molto forti, di rapporti essenziali.
Il mondo di Claudio Lizza non è complicato, è essenziale. Lui aveva il dono di dargli una consistenza immediata, clamorosa. Gli basta una battuta, anche mezza, per creare un clima, una tensione, un rapporto, un linguaggio. Poi i meccanismi sono sempre gli stessi, ritornano, appesi ai suoi tic, alle sue ossessioni. La boxe, le armi, il cinema, la droga. Un gioco, una litania di rituali, di citazioni e autocitazioni. Un gioco, come un bluff continuo. Per nascondersi, per provocare, per tirar fuori la vita allo scoperto. Vieni a vedere se faccio sul serio.

È un mondo sopra le righe, teso all’estremo dalle battute folgoranti, dall’ansia di spiazzarti, di metterti a disagio. Ma non c’è l’idea del degrado, del turpiloquio come dannazione. Anzi, le parolacce sono creative, sono “botte di vita”. Claudio ti fa ridere perché le spara grosse (“Mi staranno già cercando coi cacciabombardieri” c’è in almeno due o tre testi suoi), perché è sbrigativo e dice quello che non bisognerebbe dire, o al contrario perché mente spudorato, palesemente spudorato. Poi smette di mentire, si confessa invocando Billy the Kid e Sam Peckinpah, alla ricerca di una verità di rapporti che sempre, insieme, evoca il mito. Come Don Chisciotte, Claudio non si rassegna all’idea che la vita non sia, come i romanzi cavallereschi e il cinema hollywoodiano, “bigger than life”. Ma del mito gli arriva la caricatura. Si ride per la sproporzione, c’è perfino qualcosa della commedia all’italiana nel piccolo uomo gesticolante con la grande pistola. E però in questa sproporzione c’è una curiosa, malata sofferenza. Con la pistola in mano sono un buffone, in fondo, ma ti faccio paura. Anche i buffoni rivendicano dignità, fino all’estremo, ci raccontava Dostoevskij, altro autore amatissimo da Claudio. Vieni a vedere se faccio sul serio. È finita molto sul serio.

 
 
 
 
 
 
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