Polinice ed Eteocle muoiono nella stessa battaglia, a Tebe. L’uno, protettore di un potere tiranno, è seppellito con tutti gli onori, l’altro, portatore di valori opposti al potere costituito, è lasciato a marcire secondo il supremo e insidacabile editto di Creonte. Ma Antigone, sorella dell’uno e dell’altro non può accettare la discriminazione e sfida il volere del dittatore appellandosi e osservando le leggi divine. Antigone, una donna, si oppone alla legge dell’uomo, Creonte. Il conflitto non è solo legato al gesto di pietà che Antigone intende compiere, sapendo di andare incontro alla morte, ma è anche un confronto tra due diverse posizioni filosofiche, e ancora un conflitto cieco di genere (tra maschio e femmina) e infine un contrasto inconciliabile sul modo di gestire il potere terreno. Una tragedia intramontabile costruita sulle spalle di personaggi destinati a una fine ineluttabile, la sconfitta e la morte.
A portare in scena al Duse (fino al 16 marzo) quest’opera straordinaria, per ricchezza di temi, sfumature e piani del discorso, di Sofocle sono due registi (e interpreti) di Narramondo, Nicola Pannelli (Creonte) e Carlo Orlando (messaggero), accanto a Elena Dragonetti nel ruolo di Antigone, Raffaella Tagliabue (Ismene), Franco Ravera (coro), Biagio Forestieri (sentinella), Marco Taddei (Emone), Andrea Pierdicca (Tiresia) e Emanuela Guaiana (Euridice).
Sullo sfondo precario di un muro di cemento, ornato di un’intelaiatura di ferro a quadrati che rimanda alla pelle interna degli edifici dopo un bombardamento (scene di Laura Benzi), a cui sono ancora attaccatti brandelli di tessuti mimetici, assistiamo a un Antigone adattata a un’ora e un quarto. Stringata, la vicenda è presentata nei suoi punti salienti (ben marcati da un puntuale progetto luci di GD Divittorio), ma patisce del disequilibrio che si genera tra Antigone e Creonte, solitamente coprotagonisti quasi indistinti di un testa a testa profondamente ideologico che non vede mai cedimenti né dall’una, tanto meno dall’altra parte - mentre qui sul finale Creonte cede in preda a un attacco inverosimile di rimorso.
L’agguerita battaglia svolta sull’arte retorica e sulla raffinatezza di pensiero dei due personaggi, nonché sulla loro specificità maschile e femminile, è normalmente sufficiente a saturare la scena tutta. Ma qui di Antigone e del suo coraggio anche verbale resta veramente poco, rispetto alla verbosità concessa a Creonte - anche se il quadro iniziale tra Antigone e Ismene, quasi al buio, prologo alla solitudine del gesto di Antigone, faceva ben sperare.
L’accelerazione costringe il coro a una narrazione monocorde - persa la funzione di commento, anticipazione e raccordo sul passato - che spoglia di pathos le battute dell'individuo-coro lasciandole quasi solo funzionali all’ingresso o uscita di scena dei personaggi. E se l’uso della platea per alcuni ingressi in scena (del messaggero e della sentinella) estende lo spazio scenico e include - anticipando i gesti degli attori - il pubblico nella vicenda come popolo muto perché terrorizzato, la strategia perde efficacia in una serata con un pubblico disattento, e caratterizzata da una recitazione che predilige toni alti, gestualità gridate e frequenti eccessi d’ira. Trasportati da sottotesti evidentemente troppo votati a una tragicità esplicita, gli/le attori/rici gestiscono poco e male la prosodia: volume, tono e modulazione della voce, quelle complesse proprietà linguistiche funzionali alla comunicazione, proprio perché - come tutti sanno al di là del teatro - un tono, un volume e una modulazione possono rendere una singola frase o un intero discorso odioso o efficace, noioso o interessante.
Scordarsi della prosodia nella comunicazione quotidiana ci porta spesso a gravi fraintendimenti, delusioni, addirittura imbarazzo. A teatro e, in generale su un palcoscenico, il peso della prosodia è ancora più specifico e mancarne in qualche modo la cura, magari semplicemente su una sola delle proprietà, può sminuire la portata del discorso, ma anche indurre il pubblico a non capire l’interpretazione, quindi a non trovare la chiave per vivere le varie emozioni e apprezzare il testo.