Prima della deflagrazione della vecchia federazione jugoslava, Srebrenica era una cittadina della Bosnia orientale, situata vicino al confine della Serbia e nota soprattutto per le miniere d’oro, di argento e bauxite. Nel corso della guerra (1992/95) era un enclave musulmana situata in territorio serbo-bosniaco, un'area di sicurezza soggetta al controllo dell’ UNPROFOR, la forza di protezione delle Nazioni Unite. L'11 luglio 1995 venne occupata dalle truppe serbo-bosniache che, guidate dal generale Ratko Mladic, deportarono la popolazione civile compiendo il massacro in cui morirono oltre 7500 persone, in gran parte uomini e ragazzi.
A quasi 13 anni di distanza, pochi, quasi nessuno, tra i massimi responsabili del massacro ha pagato o scontato in parte la condanna per genocidio e crimini contro l’umanità comminata dal Tribunale dell’Aja. Non resta che ricordare, a maggior ragione dopo i recenti avvenimenti, per evitare che quello che è stato possa ripetersi.
Presso la Sala del Consiglio provinciale, occasione di riflessione e dibattito sul massacro di Srebrenica, promossa dalla S.p.a Politiche di donne, è stata la presentazione del libro Al di là del caos di Elvira Mujcic: un racconto-terapia del viaggio che ha portato l’autrice da Srebrenica all’Italia attraverso la Croazia. Contemporaneamente è stata inaugurata la mostra Identify, una raccolta di 12 pannelli realizzata da Arci-Genova.
CSK-3 non è una sigla priva di significato, ma il codice assegnato ad una scarpa dallo staff del Progetto di identificazione Podrinje che lavora al riconoscimento delle vittime del massacro.
Immagini di scarpe, giubbotti, t-shirt, orologi, felpe, jeans: capi di abbigliamento appartenuti alle vittime del genocidio. Attraverso i nomi di griffe celebri si attiva il processo di identificazione rispetto alla tragedia, tramite sigle come Adidas, Puma, Diesel, Seiko, Lacoste, Rifle e Carrera si ricorda al mondo consumista l’assurdità del genocidio e l’insignificanza dei segni che aiutano a sentire la vicinanza con gli altri. Un segmento di mondo non immune da responsabilità, soprattutto nelle dinamiche politiche e diplomatiche che condussero al massacro, un genocidio che, al pari di altri, è caduto nell’indifferenza.
Completa la mostra, Nema Problema, raccolta di fotografie scattate da Laura Rossi.
Tuzla, Srebrenica, Potocari e Sarajevo: istantanee che non trasmettono un segnale di denuncia, ma ricordano che nei luoghi del massacro, oggi, bambini giocano ancora a pallone. Scatti senza alcuna connotazione etnica, a segnalare come la Bosnia non sia stata solo terra di sangue, ma anche di ricostruzione. Se i pannelli propongono un’identificazione post mortem delle vittime di Srebrenica, l’appendice fotografica pone l’accento su chi è vivo, su quelle persone che nonostante gli orrori della guerra riescono ancora a pronunciare le parole Nema Problema: nessun problema.
I pannelli di Identify e gli scatti fotografici saranno a disposizione del pubblico da lunedì 17 a giovedì 20 marzo, presso il Loggiato Inferiore di Palazzo Doria Spinola (largo Eros Lanfranco 1).