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Qui ci siamo impegnati in un'impresa ardita. Si potrebbe definire archeologia della movida, anche se in realtà quello che raccontiamo ha molto poco a che fare con la movida, come la si intende oggi. Torniamo indietro di quasi trent'anni. Nel cuore dei vicoli nasce un circolo che si chiama I gechi di Torre San Luca. È un Arci gestito da Agostino Pedullà (da tutti conosciuto come Goi) insieme alla compagna, in una traversa di via San Luca. È uno scantinato, forse una cisterna di epoca romana. Per qualche anno è stato il luogo di ritrovo di artisti e persone comuni, un circolo dove andare a bere una birra, guardare una mostra, persino capire di essere diventato un pittore. Goi è morto nel 2001, ma ha lasciato molte tracce del suo spirito e del suo amore per Genova. Con l'aiuto di Mario Valerio, il cui laboratorio oggi è in via della Maddalena, ricostruiamo una fettina di storia di quegli anni.
«Goi è stato definito l'artista clochard, ma la definizione non rispecchiava la sua persona. Viveva poveramente ma faceva il suo lavoro. Era ben voluto da tutti e se poteva fare qualcosa per aiutare gli altri non si tirava indietro», dice Mario. Laureato alla Sorbona dove aveva avuto come maestro Lacan, Agostino era antropologo, psicologo, storico delle religioni: «una persona di grande profondità - continua Mario - a volte diceva frasi, lanciava modi di dire difficili da cogliere. Poi riflettendoci meglio, riuscivi a trovarne il significato nascosto». Come quella volta che disse: "uno più uno non fa mai due", oppure "uno meno non è mai zero". Come dire: la matematica non funziona per tutto.
I gechi di Torre San Luca era sì un locale - «la birra scorreva a fiumi, quando ha chiuso il fornitore era disperato», dice ancora Mario - ma anche un luogo di creatività, frequentato da ogni genere di clientela: «una volta è entrato persino Vittorio Gassman, deve esserci capitato per caso...». Si organizzavano iniziative, mostre: Tracce di memoria, per esempio, fu una collettiva cui parteciparono cento artisti: «per l'inaugurazione abbiamo messo i tavolini fuori - prosegue Mario Valerio, che nell'occasione espose un suo lavoro - era appena scoppiato Chernobyl e pioveva, così ci siamo pure presi la pioggia tossica».
Un aneddoto quasi leggendario aleggia sui lavori di ristrutturazione del locale. I fondi, si sa, sono, pieni di gallerie e cunicoli. Nel tentativo di ripulirli, Goi si è spinto un po' troppo in là, finendo proprio sotto una chiesa: «pare sia uscito da un tombino durante la funzione, tutto vestito di rosso. E qualcuno dei suoi ha gridato: il diavolo! il diavolo!».
Il circolo ha funzionato per qualche anno, animato da un gruppo di amici amanti dell'arte che si è progressivamente allargato - «chiunque poteva partecipare alle iniziative» - e da chi già all'epoca bazzicava i vicoli anche di sera. Ha chiuso dopo una perquisizione in cui la Polizia ha trovato uno spinello all'interno del locale. «Lui era contrario - dice Mario - diceva: io vado a grappa. E invitava ad uscire chi voleva fumare». Tant'è quella volta andò male, e siccome al pomeriggio negli stessi spazi si facevano laboratori per bambini, riprendere l'attività sarebbe stato difficile.
Oggi in vico Torre di San Luca al 15 rosso c'è un portoncino verde sbarrato. Chiedo a Mario, cosa c'è dentro? «E chi lo sa, forse niente». All'entrata però c'è ancora l'insegna del locale, una piccola etichetta con due gechi rossi che si intrecciano. Se passate di lì la vedete. È il segno di una storia genovese che qui abbiamo cercato di non dimenticare.
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