Una vita votata allo studio e guidata dalla passione per la propria città. Che oggi ricambia. Ad Ennio Poleggi - ex direttore dell’Istituto di Storia dell'Architettura presso l'Università di Genova, ex assessore al centro storico all'inizio degli anni Novanta, l'artefice della promozione dei Palazzo dei Rolli a Patrimonio Unesco, professore per meriti acquisiti sul campo (non è laureato) - va il Grifo d'Oro, la massima onoreficenza cittadina per meriti culturali. Oggi Poleggi è in pensione ma continua a studiare, vive in una casa all'ultimo piano di un palazzo del nel quartiere di Oregina, una vera terrazza su Genova.
Lei è nato nei vicoli vero?
«Sì in piazza Embriaci nel 1927, vero punto cruciale della città medievale. Di recente è stata trovata anche una colonna romana, era proprio sotto la mia camera. Mio padre era sarto, morì sul finire della guerra nel 1944. Per questo motivo dovetti andare a lavorare piuttosto presto, all'inizio facevo il tipografo».
Ma già all’epoca aveva le idee ben chiare, voleva scrivere la storia di Genova
«Mi ero accorto che tutte le ricerche fatte fino ad allora si limitavano agli stili architettonici, mentre io ho cercato di tornare alla materia. Mi gettai alla Biblioteca Universitaria e trovai il volume di Piero Barbieri Forma Genuae. Ero disperato: qualcuno l'ha già fatto, pensavo. Ma alla fine riflettendoci capii che lui aveva collezionato solo documenti in due dimensioni, carte e piante. Io decisi di documentare anche la terza dimensione».
È nato così Strada Nuova, lo studio che le ha portato tanta fortuna?
«Mi ero accorto che questo argomento aveva destato poca o nessuna attenzione. Sono partito da uno dei Palazzo Doria, quello della Prefettura. Mi aveva colpito per il fatto di essere proprio ai limiti delle vecchie mura della città. Quel lavoro mi fece capire come i nobili genovesi dell'epoca pensassero in grande. I Palazzi di Strada Nuova rappresentano un vero e proprio caso architettonico. Il libro ha avuto successo, tanto che venne presentato su Palladio, forse la più grande rivista di architettura di allora».
Non è riuscito a laurearsi, qual è stato il suo percorso?
«Ho fatto vari concorsi per l'insegnamento, ne ho vinti un paio per le scuole medie inferiori. Più avanti riuscii ad insegnare nella scuola Cambiaso, quella del mio quartiere. Poi, nel '71 esisteva ancora un legge che permetteva di insegnare all'Università senza essere laureati, ma per meriti accademici. Io avevo già pubblicato il volume Strada Nuova, così entrai nell'Ateneo».
106 i titoli che ha pubblicato. Dell'ultimo - Ritratto di Genova nel ‘400 - cosa ci può dire?
«Anche questo lavoro nasce qualche tempo fa. Nel 1991, quando ero assessore al centro storico, uscì un bando europeo che coinvolgeva sei città per uno studio sulla questione ambientale. Genova c'era. Ma il problema era che nessuno aveva censito gli edifici del centro: troppo difficile, spesso sono attaccati, addirittura incastrati, intersecati. Abbiamo traovato 2.300 stabili, mappato tutta la città vecchia. Ora è nato questo libro, con disegni e illustrazioni, ma soprattutto un cd interattivo con schede esplicative. Grazie ai dati in nostro possesso abbiamo potuto ricostruire un'immagine di Genova totalmente inventata ma crediamo fedele. Infatti il sottotitolo è Veduta d’invenzione».
Cosa la stupisce e affascina di più della Genova del passato?
«Il suo rapporto con il porto, la necessità vitale di caricare e scaricare merci dall'acqua. Un legame evidente nella vicenda della nascita della ripa maris. I Padri del Comune, gli architetti di allora, intuendo che i moli si stavano riempiendo di barche private degli abitanti che abitavano sulla riva, obbligarono i proprietari ad avvicinare le proprie abitazioni verso il mare lasciando un porticato agibile sotto l'edificio, in modo da poter dare spazio ai traffici. Era il 1133, nasceva Sottoripa, una visione che ha sempre strabiliato chi arriva a Genova dal mare».
Nel Novecento come ha visto evolvere la città?
«Nel centro stiroco lentamente, come nei secoli passati. I grandi cambiamenti hanno avuto luogo nelle periferie, nelle aree fuori dalle mura della città vecchia. Certo, tranne nel caso di via Madre di Dio, un quartiere dove si trovavano grandi edifici e giardini bellissimi, legato alle attività dei lanaioli che concentravano lì, lungo il rio che scendeva dall’acquasola, le proprie botteghe. È stato demolito in un modo assurdo. Sono state le grandi società immobiliari a spingere il cambiamento più duro della città nel secolo scorso».
L'espansione della città è arrivata al limite. Come la vede nel futuro?
«Anche nei prossimi anni i cambiamenti sono fuori dalle mura. Le aree liberate di Cornigliano ne sono un esempio. Ma bisogna stare attenti soprattutto verso i monti, è inutile liberare aree se poi vengono costruiti edifici orrendi come il grattacielo di Pegli».
Che effetto le fa questa onorificenza?
«Sinceramente, non me l’aspettavo. D’altra parte sono cinquant'anni che lavoro su queste cose…»