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Giovanni Allevi, emozioni al Politeama

 
Il pianista marchigiano a Genova. Applausi e lacrime per la sua musica. Unica pecca: un concerto troppo breve
 
   

     
Genova, 5 aprile 2008
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di Simone Nocentini
   
Giovanni Allevi
Giovanni Allevi

Di Giovanni Allevi, negli ultimi mesi, si parla molto meno, sceso com’è nell’agenda del mainstream per lasciare il posto alle novità del mercato musicale e del Festival di Sanremo. Ciononostante ieri sera, 4 aprile 2008, per la prima della due serate al Politeama Genovese, c’era il tutto esaurito, con tanto di pochi, fortunati raccomandati, in piedi ai lati della platea.
Posti esauriti da mesi, spiegano dal botteghino. A dimostrare, come avevamo già scritto nella recensione del suo primo live, che, al di là del battage mediatico e pubblicitario, il pianista marchigiano suona corde (e tasti) che arrivano al profondo del cuore (e della mente) di chi lo ascolta. Lo dimostra il pubblico, che più eterogeneo non si può, diviso tra famiglie, abbonati di terza fila, adolescenti pianisti o meno, parecchi under 30, pensionati e talenti della tastiera.

Lo spettacolo è ben scarno, pianoforte al centro del palco (ma niente Bosendorfer, una delle migliori case di produzione al mondo, su cui registra i propri dischi) e pianista al suo fianco.
Allevi sembra davvero un cartone animato, si muove nervoso da un piede e all’altro e con la mano tocca continuamente il piano, un po’ a cercarne conforto, un po’ sfuggendolo come se scottasse. Racconta, prima di ogni pezzo, un piccolo aneddoto, e poi inizia a suonare. Finalmente.
Illuminato dall’occhio di bue, prende un attimo di respiro e tutta la sala lo trattiene per lui, per quei tre quattro minuti che portano alla fine del brano. Le note salgono e scendono, le sue mani volano sulla tastiera (eh si, diciamolo, qualche volta cadono anche male… ma tutti fanno finta di non accorgersene) raccontando brani dai primi due dischi (Japan, Sogno di Bach, Luna, Monolocale 7.30 A.M.) e poi salendo sui grandi successi di No Concept e Joy, da Back To Life, Come Sei Veramente, Qui Danza a Il Bacio, New Reniassance, Panic, L’Orologio degli Dei.

Il brano finisce, e per un attimo, mentre il corpo del pianoforte emette gli ultimi suoni in risonanza, Giovanni Allevi stringe l’aria tra le dita, sopra la tastiera, come se cercasse di trattenere ancora per un attimo il suono, e l’emozione che se ne è tratta. Solo allora, come per un tacito accordo, il pubblico riprende respiro ed esplode nell’applauso.
Tutto il senso dello spettacolo – e della sua musica – sta in questo, e nella leggerezza con cui salta, con le braccia larghe, fuori dal palco, un piede dopo l’altro, per sparire dietro le quinte.

Eppure tanta leggerezza nasconde, è chiaro, qualcosa di più. Lo dimostra l’empatia che la sua musica genera nel pubblico in sala e che mi stupisce quando, sulle primissime note di Go With The Flow, le due ragazze che mi siedono ai lati tirano fuori i fazzoletti e iniziano a piangere, silenziosamente.
Dunque è vero: Allevi, queste famose corde, le sa suonare. E sa arrivare anche dove non ti aspetteresti.
Unica vera pecca della serata: il concerto non dura più di un’ora e mezza, tra bis ed ovazioni. Che in tempi di carovita, diciamolo, è un po’ poco.

 
 
 
 
 
 
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