Sette anni fa vi avevamo presentato la terza raccolta di poesie del poeta genovese Enrico Testa, dal titolo La sostituzione. Donald Datti definiva l'opera "una sinfonia", versi in movimento legati da una profonda musicalità. Le parti, scrive Datti “vengono legate da un motivo di sottofondo che possiamo identificare nella perdita. Una perdita che può essere abbandono (da parte di qualcuno o qualcosa, ma anche l'abbandonarsi) o separazione, ma che comunque lascia in dote un vissuto al quale il poeta non può non fare riferimento. Ecco allora farsi largo, tra allitterazioni e rime interne, metafore a volte addirittura concettose (i ferri del mestiere poetico, insomma) il coro".
Ne La Pasqua di neve - edito da Einaudi e uscito all'inizio del 2008 - si ripresenta in tutta la sua profondità soprattutto questo secondo aspetto. Ma si trasforma. La perdita, ormai elaborata, diventa ricordo, nostalgia, melanconica rassegnazione, un sogno si alterna allo sconforto del risveglio. Come nei primi versi della sezione Baltiche:
viene a cercarmi la fioraia/che ha il chiosco vicino al cimitero/sto giocando a pallone sul piazzale/con i compagni del liceo […] Il risveglio è un passaggio/d’anatre in fuga/dal canale ghiacciato/al cielo bianco-cenere:/il brivido del coltello/che innesta nel giorno/il brivido dello sconforto.
Il disincanto e le metafore della natura sono tratti montaliani (Testa ha anche scritto un saggio nel 2000 dal titolo Montale). Ma ci sono anche le influenze di Virginia Woolf, di cui riprende un brano da La signora di Halloway, e Johann Peter Hebel (dall'apologo Tesoretto dell’amico di casa renano), nonché Vladimir Holan. Una serie di elementi la cui somma produce un sguardo freddo e senza scampo, "senza resurrezione", come si legge in quarta di copertina.
Testa insegna Storia della Lingua italiana all'Università di Genova. Ha esordito come poeta nel 1988, con Le faticose attese (San Marco dei Giustiniani 1988). Nel 1994 pubblica In controtempo con Einaudi e nel 2001 La sostituzione.