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AlbaNaia: un romanzo di guerra

 
Dal diario di Giovanni Bianchi, le vicende del padre dell'autore. Marted́ 3 giugno l'autore presenta il libro a Camogli
 
eventi
Martedì 3 giugno, alle 21, alla Terrazza del Ristorante Rosa (via Ruffini 13) di Camogli Augusto Bianchi Rizzi presenta il suo libro Albanaia insieme a Viviana Kasam ed Enrica Guidotti. L'ingresso è libero.

Vi riproponiamo la nostra intervista all'autore.
 
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Genova, 31 maggio 2008
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di
Francesco
Pedemonte
   
albanaia

L’Albanaia era la naia di Albania. Così l’avevano chiamata gli alpini, i soldati che parteciparono alla breve guerra che l’Italia fascista condusse contro la Grecia tra l’ottobre del 1940 e il giugno dell’anno seguente. Una piccola guerra tra italiani e greci, anticipazione della tragedia russa. Ma oggi, Albanaia, è anche il titolo del libro di Augusto Bianchi Rizzi (edizioni Mursia), un romanzo che trae spunto dal diario di guerra tenuto da suo padre, il medico militare Giovanni Bianchi, partito volontario per l'Albania con il battaglione Edolo.

Come sottolineato da Giorgio Galli nella prefazione, quella di Grecia «appare una guerra finita nel dimenticatoio, un modesto episodio dell’apocalittico Secondo conflitto mondiale». Una marginalità, che assieme ai trionfalismi del regime, ha finito per far dimenticare la realtà storica dei fatti.
Mal equipaggiati, mal armati, provati da fame, freddo e diarrea, i soldati italiani combatterono una guerra di trincea. La consistenza dell’ esercito greco, superiore in numero e armamenti a quello italiano, si rivelò ben diversa da quella dipinta dalla retorica fascista. Morava, Var i Lamit, Pupatit, Gur i Topit, Ikinas e Leskoviku sono soltanto alcune delle montagne in cui trovarono la morte oltre 13 mila soldati italiani. I dispersi furono 25 mila, più di 50 mila i feriti, 12 mila i congelati e oltre 52 mila i ricoverati in luoghi di cura. Questi i numeri di una guerra che l'Italia pagò a caro prezzo e che vinse in seguito all’apporto decisivo delle divisioni tedesche.

«Ma non doveva essere una passeggiata?», si chiede il tenente Guzzi detto Nico nelle pagine del libro di Bianchi Rizzi. E’ proprio da questo contrasto, dalla discrasia che nasce tra veridicità dei fatti raccontati e retorica di guerra, sottolineata dall’autore ad ogni inizio capitolo con passi tratti da Il Popolo d’Italia, che scaturisce il vero storico. «Lavorare su documenti originali – sottolinea l’autore – consente di essere rispettosi di ciò che è stato, se c’è attendibilità le pagine acquistano sicurezza storica. Altra cosa, invece, dal punto di vista letterario. Agire sulle pagine di un diario per crearne un romanzo è più complicato. Tra le altre cose, bisogna fare i conti con la qualità della dattilografia, mentre i caratteri dei personaggi non sono ben definiti».

Protagonista del romanzo è il tenente medico Vittorio Bellei, un fascista esemplare come recita il sottotitolo, partito volontario e lasciatosi alle spalle la giovane moglie e un figlio di 15 giorni. Crede in Mussolini ed è convinto di lottare per il futuro di suo figlio. Eppure, di fronte al suicidio del tenente Colajanni e agli interrogativi di Angelo Castelnuovo, anche le sicurezze del protagonista sembrano vacillare: «è difficile – pensa tra se – conciliare la realtà della guerra con i nostri sogni, i nostri credo».
«E’ un momento, un istante di piccolo dubbio – sottolinea Bianchi Rizzi – è bene ricordare, infatti, che il protagonista è cresciuto in un contesto storico che esaltava il senso del dovere, la mistica del sacrificio e il purismo dei comportamenti. C’è in lui un idealismo contro il vivere comodo e un po’ corrotto della vita borghese, che fa di questo momento solo un istante di esitazione. E non si può dimenticare – conclude – che chi viveva quell’esperienza aveva appena 26 anni»

In una guerra di trincea, le pagine restituiscono il logorio mentale e fisico del soldato. Periodi brevi, ma altrettanto espliciti, pongono il lettore di fronte a corpi scaraventati, braccia e gambe amputate e crani perforati dalle granate. Leggendo le pagine di Albanaia, torna alla mente Full Metal Jacket, capolavoro di Stanley Kubrick e violenta critica antimilitarista. L’effetto che il soldato Joker con il simbolo della pace all’elmetto suscita nello spettatore, è simile a quello che prova il lettore sfogliando le pagine del libro: romanzo di guerra, contro la guerra.
«Sicuramente – ribadisce l’autore – è un manifesto orripilante contro la guerra. Ma la cosa più insopportabile è che queste sono pagine di denuncia, ma per chi le ha vissute, non c’è stata alcuna conseguenza».

Giovanni Bianchi, alias Vittorio Bellei, dopo essere partito volontario col battaglione Monte Cervino per il fronte russo, rimase disperso fino al 1964. Era deceduto nella regione di Kirov il 9 marzo 1943

 
 
 
 
 
 
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