Un substrato di innovazione culturale sopravvive nel nostro paese ma non trova modo di uscire in superficie, non solo per il dilagante disinteresse per la cultura, ma anche per la nostra mancanza di fiducia.
Sentiamo spesso di persone che hanno in qualche modo a che fare con la cultura, che tornano da un viaggio da Berlino o NewYork e sembra siano stati folgorati sulla via di Damasco.
Sono persone che rilasciano interviste sui giornali italiani parlando di quanto sono avanti queste capitali dell'arte e dell’espressione e di come hanno intenzione di proporre tutta una serie di iniziative e di progetti nel nostro paese. Della maggior parte di queste idee non si sente poi più parlare per motivi ai più ignoti. Sembra davvero che l’interesse da parte dell’informazione si riduca alle proposte di ritorno da un viaggio, tralasciando poi ciò che veramente conta: cosa ne è uscito fuori.
Il giornalismo è attualmente uno dei principali carnefici dell'iniziativa culturale in Italia. La potenziale fucina di idee e di espressione che è il nostro paese viene ogni giorno mortificata dalle scelte arbitrarie di un’informazione poco aggiornata che privilegia quasi esclusivamente i canali principali e già consolidati dalla cultura. I problemi sorgono quando questi canali sono gli unici a esser presi in considerazione per consuetudine, avendo comodamente tutto il tempo di invecchiare e tirar fuori il peggio di se stessi.
Le forme nuove di espressione in Italia non mancano. Il problema è che mentre negli anni ‘70 molte delle sperimentazioni a livello culturale trovavano voce nell’informazione e quindi venivano divulgate e molte più persone sapevano di che cosa si stava parlando, oggi la sperimentazione è sostanzialmente borderline. La questione non gira più di tanto intorno alla gerontocrazia dilagante in quasi ogni ambito lavorativo, quanto piuttosto alla mancanza di fiducia nel nuovo, al margine di rischio che non si vuole prendere in considerazione. Perché il nuovo è sempre un rischio, non dà alcuna certezza sulla sua riuscita prima di aver provato.
Ciò che è consolidato invece viene portato avanti fino allo sfinimento, incappando nella sindrome del Festival di Sanremo: continuerà probabilmente in eterno, influenzando sempre più negativamente sullo stato di arretratezza musicale del panorama nazionale. Facile prevedere che nessuno da qui a breve si svegli un giorno e gridi a gran voce il fallimento completo su tutta la linea inneggiando magari a un nuovo format aperto a qualunque possibilità. Meglio fingere che le cose possano continuare e che il Titanic non stia affondando. La fuga dei cervelli comprende anche la fuga degli artisti. Quelli con un briciolo di amor proprio quando vanno a Berlino hanno il buon gusto di rimanerci senza far più ritorno.
Perché tornare con delle idee aumenta la frustrazione nel momento in cui ci si rende conto che non solo siamo “indietro rispetto agli altri” (espressione inflazionata ma che non rispecchia necessariamente la realtà in tutti gli ambiti) ma abbiamo perso la linfa vitale dello sviluppo culturale: l'essere ricettivi. Lo stato di chiusura mentale fa sì che nascano continui “falsi storici” da parte dell’informazione, come che il Salone del Mobile di Milano sia andato a gonfie vele quest’anno. Forse per gli albergatori o i ristoranti, o il numero dei visitatori. Sta di fatto che il livello non era quello sperato. Ma da qui a vent’anni se riconsulteremo dei giornali sull’argomento vedremmo che è andato tutto bene. Perché va tutto bene.
La scultura non è presa quasi neanche in considerazione, la pittura di paesaggio va per la maggiore, gli italiani ascoltano Gigi d’Alessio e amano Pippo Baudo, non sanno chi sia Banksy, leggono Moccia e se vanno a teatro in massa è per vedere o la star della tv o al limite Shakespeare o Pirandello... per carità, fantastici, ma loro hanno avuto il diritto di essere nuovi tanto tempo fa.