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La scomparsa di Vincenzo Tagliasco

 
Il saluto affettuoso di due amici e colleghi. Adriana Albini e Alberto Diaspro ricordano lo scienziato genovese
 
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Vincenzo Tagliasco - docente di bioingegneria all'Università di Genova - si è suicidato con un colpo di pistola alla tempia (l'arma era regolarmente denunciata). L'allarme era stato lanciato venerdì 9 quando, recatosi al lavoro, non era più tornato a casa. Il corpo è stato trovato domenica 11 vicino a Chiavari, dove viveva.

Mercoledì 14 maggio 2008 - alle 11.45 nella chiesa di San Marco al Molo a Genova - avranno luogo i funerali del professore. Il sostituto procuratore della Repubblica di Chiavari, ha concesso alla famiglia il nullaosta per la sepoltura senza predosporre l'autopsia.
 
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Genova, 12 maggio 2008
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Vincenzo Tagliasco
Vincenzo Tagliasco
 
Chi era
Nato a Savona il 26 febbraio 1941.
Nel 1965 si laurea in Ingegneria elettronica e viene nominato assistente ordinario nel settore delle misure e del controllo automatico. Perfeziona la sua preparazione nelle aree della psicologia della percezione e del controllo motorio negli USA presso la Harvard University e il MIT. Dal 1974 insegna Principi di Bioingegneria (dal 1980 come professore ordinario) a Genova.
Nel 1984 diviene il primo direttore del Dipartimento di Informatica, Sistemistica e Telematica.
Negli Ottanta si interessa di strutturazione e di trasmissione del sapere attraverso vecchi e nuovi media.
Dal 1986 al 1995 lavora come esperto presso il MURST, l'UE e l'OCSE sulla formulazione di scenari per il futuro.
Nel 1996 è il primo Presidente del Corso di Laurea di Ingegneria Biomedica e insegna dal 1998 al 2000 presso il Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione a Torino.
Lavorava al Dist (Dipartimento di Informatica, Sistemistica e Telematica) di Genova ed era famoso per gli studi su intelligenza artificiale e bioingegneria. (da media2000.it)

Non c'è più Vincenzo Tagliasco. Le cronache giornalistiche daranno spazio agli aspetti "di cronaca", ma mi piacerebbe poter pensare che Vincenzo ci ha buggerati, ci ha convinti di una cosa per riconvincerci del contrario. Stanotte scende da un'astronave costruita da esseri artificiali e fantastici e con un manipolo di allievi bioingegneri, quegli ingegneri votati alla multidisciplinarità, contaminati dalla biologia, dalla fisica, dalla medicina, dalle arti e dalle lettere e da tutto ciò che potrebbe incuriosire un essere umano. Poi spiega della beffa riuscita grazie alla realizzazione di un eccellente doppione olografico, costruito da me, Bruno e Francesco in un laboratorio di Villa Bonino notte tempo. Ricomincia la sua eterna partita a scacchi su chi è più decano nella Bioingegneria con Emanuele Biondi, ricomincia a parlare della sua Università, di quella che ha in mente e di come è realmente, ricomincia a provocare mettendosi un poco sopra le righe spiegando le statistiche che dovrebbero fare comprendere il futuro della Ricerca e della vocazione giovanile per la Ricerca. Poi, inevitabilmente e dolcemente si lascia andare a qualche commento amorevole sulla sua famiglia, prende  un libro o un articolo e butta lì un suo commento-macigno che magari si potrebbe rimangiare domani. Un domani che putroppo non ci sarà. Ma che dico: dài Vincenzo chiama, dài usa quello strumento così tecnologico che avete sull'astronave e che ti permette di chiamare col pensiero. Fai felice il Biondi e tutti noi... bip, bip... chiama non ti preoccupare per l'ora.
Ciao Vincenzo
Alberto Diaspro, bioingegnere genovese di prima generazione e biofisico

 

Caro Vincenzo,
ricordo un pomeriggio recente, appena due mesi fa, passato con te e Simona Bondanza a parlare un po' di tutto, e in particolare di quello che ci sarebbe piaciuto cambiare nel mondo della ricerca e dell'università; di quanto risultasse difficile ma forse non impossibile realizzare i propri sogni e quelli dei giovani studiosi. Per un motivo che allora mi aveva colpito, e che ora assume ora una luce diversa, ci hai raccontato quasi la storia della tua vita professionale. Di come eri e come ti sentivi, e anche di come non eri e non ti sentivi. Ci hai messo a parte delle soddisfazioni del tuo lavoro e del tuo impegno come pure delle frustrazioni, della tua responsabilità di essere ritenuto un "opinion leader", eppure di non sentirti abbastanza adeguato a far sì che tutto andasse per il verso giusto.
Hai parlato sempre con profondità e ironia, ci sembrava possibile fare squadra, costruire, raddrizzare quel che andava storto. Ci raccontavi i progetti per l'Università di Genova, la fiducia e la collaborazione con l'IIT, la nascita del politecnico, la bioingegneria, la robotica, la grandezza della scienza che cresce di giorno in giorno, il futuro in salita talvolta ma a portata di mano. Combattivo e creativo, pieno di iniziativa.
Dopo quella riunione, davvero speciale, perché professionale ma anche a modo suo intima e confidenziale, ci siamo ripetute quel che già sapevamo: "Vincenzo è fantastico, meno male che c'è, abbiamo bisogno di persone come lui". Infaticabile, utopista, eppure attento critico della realtà.
Quanti tuoi articoli ho letto sul Secolo, quante invenzioni e proposte nel tuo libro Genova per chi. Scenari per una città da globalizzare, quanti tuoi dibattiti ho ascoltato, uno per tutti la conferenza con Alberto Diaspro su La crisi delle vocazioni scientifiche; quanti tuoi interventi, anche recentissimi, hanno portato idee.
Ricordo l'affettuosa partecipazione alle invenzioni letterarie di tua moglie Anna Maria D'Ursi,  la tua presenza alle presentazioni dei nostri racconti, sopportando di essere in mezzo a tante scrittrici in parte femministe sfegatate; ricordo come un giorno, prendendo l'aperitivo, anche con Alberto e AnnaMaria, avessi dato proprio tu suggerimenti per il titolo della nostra raccolta. Come fossi andato qualche tempo fa con lei da mio Papà a parlare di Antigone e Lara Croft, due eroine che si incontrano.
Quanti pensieri belli, simpatici, consolatori, mi vengono in mente a proposito di te e mi portano un grande rimpianto, insieme alla gioia di averti conosciuto e di aver imparato molto da te; non riesco a pensare che tu non sia più tra noi, penso che tu ci sia. Ci sei. Eri, sei prezioso. Vogliamo portare avanti ciò che desideravi per la città di Genova, per i giovani, per la ricerca. Per te.
Un abbraccio caro amico. Indimenticabile Vincenzo.
Adriana Albini

 
 
 
 
 
 
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