Altro che disegnare lo spazio di una vita sociale virtuosa. L'architettura di questi anni è buona solo per le griffe, più adatta a disegnare mutande che grattacieli. Il j’accuse arriva dall'antropologo e architetto Franco La Cecla, docente presso l'Università San Raffaele di Milano e autore del libro Contro l'architettura (Bollati Boringhieri, 128 p., 12 Eu). Il saggio è un vero affondo nei confronti dei protagonisti dell'architettura contemporanea, con tanto di nomi e cognomi. Il messaggio è sintetizzato in questa sua frase: «l'architettura è stata affidata ad architetti superstar, che hanno pochissime competenze su com'è fatta una città. Sarebbe come affidare la gestione del traffico a Valentino Rossi. Con tutto il rispetto per Rossi».
Piovono strali su Koolhaas («un trend setter, qualcuno che pare nuove direzioni al marketing di Prada»), su Gehry - creatore del Guggenheim di Bilbao, fortemente criticato da John Silber, ex rettore della Boston University, che ha dedicato all'architetto il saggio Architettura dell’assurdo. Come il genio ha sfigurato la pratica di un’arte - ma anche su Fuksas e la sua Fiera milanese, su Nouvel (il suo padiglione della Fiera di Genova è crollato solo poche settimane fa), sui grattacieli che sorgeranno a Milano (di Hadid, Isozaki e Libeskind), su Calatrava e il suo ponte veneziano che non regge.
«Tutte le star dell'architettura sono state da tempo assorbite dalla moda - dice La Cecla - il problema è vengono loro affidati progetti non solo per singole costruzioni, ma per interi piani generali». In questa condizione grande popolarità c'è un vizio di base: «per essere una star non puoi fare progetti normali, devi stupire», prosegue l'antropologo. La critica non si ferma alle visioni effimere contemporanee, ma anche a certi progetti dei decenni passati – come lo Zen di Gregoretti – che hanno creato veri mostri urbani.
Manca un nome in questa lista dei proscritti, e a Genova lo conosciamo bene. Taglio corto e chiedo: ma Renzo Piano non è una star dell’architettura? «Ho lavorato per anni con Piano ad Harlem per il progetto della Columbia University, e di recente mi ha chiamato a far parte di una scuola per architetti che vuole allestire nel suo studio. Con lui c'è un dialogo aperto, è molto sensibile al tema della formazione». Cosa ne pensa del progetto del Water Front? «(Sorride)L'ho visto. Devo dire che non ho le competenze per giudicarlo. E per competenza intendo che per fare un progetto devi conoscere il posto in cui lo vuoi realizzare, starci almeno qualche mese. So di architetti che fanno progetti per la Cina senza esserci mai stati. Non è il caso di Piano».
Qual è il danno maggiore che fanno gli archistar alla società? «Che le opere che fanno costruire rimangono». Un esempio di architettura virtuosa oggi? «In California un movimento di giovani architetti sta lavorando bene, sono coscienti delle problematiche legate alla crisi ecologica, danno grande valore al ruolo degli abitanti nei luoghi in cui progettano. Tra loro non c’è nessuna star. D’altra parte se vuoi essere una stella devi andare in Ferrari». Mica puoi guidare una macchinetta elettrica…