Giovedì 29 maggio 2008, alle ore 18, l'artista Cesare Viel presenta la sua seconda personale alla galleria Pinksummer (Palazzo Ducale). Dopo i lavori ispirati alle immagini della cronaca sulla guerra e sulla società contemporanea, questa volta afferma lui stesso in un'intervista con le galleriste: «Tre nuove opere: Avvicinandoti a distanza che affronta la dimensione verticale e frontale; Ti sento passare quella allargata; Mi trovavo a casa quella circolare, intima e avvolgente». Tutte e tre improntate a un implicito dialogo tra un io e un tu, «ruotano attorno - continua Viel - a un evento personale, intenso. Un passaggio del limite, un incontro col vuoto, con un'assenza, con un silenzio che si trasferisce e vive nel linguaggio: camminare sui suoi margini per indicarne la forza fantasmatica e rigeneratrice. Nucleo carico di energia che si relaziona con lo spazio, e si consegna apertamente alla lettura, all'ascolto, pubblico e plurale – sia letterale – sia metaforico – degli altri».
Assenza e vuoto sono elementi che spesso hanno occupato lo spazio di ricerche artistiche nei vari linguaggi, ascoltiamo la prospettiva adottata da Viel. «Ho sempre avuto una forte attrazione per il vuoto e i precipizi. Da bambino mi affascinava esporre una bambola al di là della ringhiera del mio balcone, al sesto piano. Restavo a guardare il corpo del giocattolo sospeso nel vuoto, tenuto solo dalla mia mano. Provo sempre un brivido creativo quando vedo i tuffatori che si lanciano dal trampolino più alto e, nel giro di qualche secondo, si trasformano in proiettili perpendicolari che bucano la superficie dell'acqua. È come trovarsi sul bordo di una diga e osservare da una parte il lago d'acqua, dall'altra il muro verticale di contenimento, e sentire la forza immensa dell'energia lì presente. Da adulto ho capito che queste esperienze sono profondamente collegate al duplice stupore per l'esistenza – la sua meravigliosa e sconcertante gratuità – e per il linguaggio che ci contiene, ci descrive, cerca di render conto di questo vuoto, di perimetrare questa sensazione di precipizio. Il linguaggio è forse come la mano del bambino che tiene in pugno il giocattolo sospeso nel vuoto, mentre osserva se stesso, il giocattolo, l'orizzonte dello spazio in cui è immerso, tutte le cose intorno, il contesto complessivo - e imprendibile – di questa situazione. Le parole possono far vedere tutto questo, anche quando non è più presente.
Il linguaggio crea le immagini e nello stesso tempo può dissolverle. Questa capacità del linguaggio di costruire e dissolvere, far vedere e andare al di là del vedere, è per me un nucleo di energia potentissima. Dentro il linguaggio c'è una tensione ad uscire da se stesso, e c'è per questo anche una mancanza, un vuoto, che attrae. I primi spettatori di questo spettacolo dell'esistenza e del linguaggio non possiamo che essere noi stessi mentre facciamo questa esperienza, e poi cerchiamo di farla vedere anche agli altri, stupiti che non ce l'abbiano indicata subito come la cosa più importante. Perché non ce l'hanno voluta raccontare questa esperienza del vuoto in sé quando eravamo bambini? Per non spaventarci, per proteggerci? Perché è inspiegabile, paradossale, insopportabile da gestire? Non si finisce mai di fare i conti con il vuoto, con la mancanza di fondamenti. Artaud lo ha capito e attraversato fino in fondo».
Da lungo tempo l'altro elemento che domina il lavoro artistico di Viel è proprio la riflessione sulla lingua/il linguaggio, la parola, il segno che dentro un codice significa, che nella sua emanazione sonora acquista contenuto e che manipolato o usato come immagine continua a comunicare. «Fin dai miei primi lavori mi sono accorto che ero trascinato dalla parola. La parola mi diceva e mi oltrepassava. Dentro la dimensione indicale della scrittura a mano – del gesto e dell'azione dello scrivere – scaturisce un moto perpetuo di potenzialità del linguaggio. Dalla parola scritta alla parola detta – la grana della voce – il gioco di rimandi è infinito. Quando faccio un lavoro di parola non so mai che cosa nasca prima, se l'oralità o la traccia scritta del pensiero. Vengono insieme, sopraggiungono, si presentano insieme, e nello stesso tempo sono già divise dentro. Sono già spezzate, attraversate nella loro contingenza. Non cerco di ricomporle – l'oralità e la scrittura – pretendendo da loro una prestazione unitaria e monolitica: un'astratta e unica voce. Mi fanno presente il loro diritto di esistere. Allora cerco di rispettare le loro differenze, il loro molteplice - e amoroso - rapporto. Cerco di far emergere la loro reciproca sconnessione. La parola si manifesta in molte forme: scritta, vista, pronunciata, cantata, pensata, rimossa, ascoltata, letta, agìta. È subito presa in un'interminabile relazione plurale, singolare, privata e pubblica. L'eco è ciò che resta della parola che non è più tua ma ti chiede ugualmente di essere ripresa, ancora e ancora, per riproporla in un circuito che non vuole finire mai».
La mostra sarà visibile sino al 20 settembre 2008 (dal martedì al sabato, 15.00-19.30 e su appuntamento).