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 © foto: Francesco Cardarelli - " Avvicinandoti a Distanza", 2008, scritta a muro, site specific work e "Ti Sento Passare", 2008, 180 x 295 cm, pura lana intessuta a mano, Courtesy Pinksummer Genova
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Il teatro č ready made nell'arte di Viel |
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| Parola come traccia-fantasma, calligrafia su tappeto e muro, parola-suono in un mini-ipod. Fino a settembre @ Pinksummer. L'intervista |
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Una volta tanto sul detto latino (di derivazione biblica) Nemo propheta in patria (sua) - nessun è profeta nella (propria) patria - ci possiamo tirare una riga sopra. Sì perché a Genova l’artista e performer Cesare Viel (Torino 1964), genovese d’adozione, è doppiamente al centro dell’attenzione con una nuova mostra alla galleria Pinksummer (fino al 20 settembre) e a breve, dal 19 giugno, con una personale al Museo d'Arte Contemporanea di Villa Croce dal titolo Mi gioco fino in fondo. Performances e installazioni (fino al 14 settembre). Impegnato in una ricerca concettuale, Viel costruisce una trama intensa, tracciando con apparente semplicità parole e suoni, presenze allusive di un rapporto, che sono significanti anche a partire dalla loro posizione nello spazio. Come spiega lui stesso, si tratta di «tre nuove opere: Avvicinandoti a distanza che affronta la dimensione verticale e frontale; Ti sento passare quella allargata; Mi trovavo a casa quella circolare, intima e avvolgente. Ruotano attorno a un evento personale, intenso. Un passaggio del limite, un incontro col vuoto, con un’assenza, con un silenzio che si trasferisce e vive nel linguaggio: camminare sui suoi margini per indicarne la forza fantasmatica e rigeneratrice». Assenza, vuoto, silenzio, fantasma tutto ciò che sembra più impervio tradurre, passa attraverso la parola scritta ma mai muta, piuttosto corpo in absentia là dove la calligrafia è proprio traccia dell'agire di una mano. E poi parola detta, corpo sonoro e emotivo, rilasciato in modo intimo perché restituito in un a tu-per-tu trasmesso da minuscole cuffiette. Parola che dice e tace, scritta a mano che racconta di un altro spazio e di un altro tempo, ma è qui e ora.
Ecco cosa vediamo entrando da Pinksummer. Uno spazio bianco vuoto. Al centro un tappeto. Sul tappeto, nero su bianco, una scritta, con bordature rosse, tracciata come fosse stesa a mano: Ti sento passare qui vicino discreta presenza silenziosa.
A sinistra sul muro bianco un’altra frase scritta a mano in nero: Avvicinandoti a distanza procedi lentamente percorrendo con cautela i margini dello spazio Passo dopo passo senza far rumore un percorso laterale un accenno di sorriso sulle labbra
A destra sull’altra parete bianca una piccola maniglia d’acciaio a cui è agganciato un mini-ipod con cuffie, per una narrazione divisa in parti e riprodotta in loop (ripetuta senza arresto) in cui la voce dell’artista parla a qualcuno: ma chi sia chi parla e a chi stia parlando resta non detto. È a questo punto, in questa esperienza apparentemente marginale che tutto acquista senso: è qui che la parola scritta, su tappeto e su muro, riverbera in una voce; è qui che il suono dà peso alle parole e le contestualizza pur nell'astrattezza e nell'ambiguità; ed, infine - sempre che ci possa essere una fine alle possibili interpretazioni e letture - è qui che la familiarità di un supporto inusuale come un tappeto (usato in questo modo per la prima volta da Viel) si può ricomporre al resto proprio come si trattasse di tessere di un puzzle, per riesplodere un secondo dopo dentro l’occhio e l’orecchio di ogni nuovo fruitore.
Mi viene in mente un celebre racconto di Henry James The figure in the carpet, sull'impossibilità per il critico di arrivare al cuore, al nucleo dell'opera d'arte che è "like a complex figure in a Persian carpet” (come una figura complessa in un tappeto persiano). Perché questo è un lavoro che tocca corde profonde, difficile, ostico alla lettura (forse al pari della narrativa beckettiana), un'ardua impresa per un pubblico notoriamente pigro. E immediatamente penso a quanti trovano illeggibile l'arte contemporanea. E allora provocatoriamente chiedo dove sono le istruzioni per l’uso? «Per quante ne potrei procurare non sarebbero mai abbastanza - afferma con un sorriso sornione Viel. Qualcuno potrebbe sempre dire che ne manca qualcuna. Accetto questa frustrazione che fa parte della figura dell’artista nel nostro tempo. È l’atopos, il fuori luogo di Aristotele, per cui l’artista è indigesto, in parte fuori luogo, in parte inclassificabile. Questo è un aspetto che va accettato: proprio il non poter spiegare tutto, il beckettiano fallire per fallire ancora e fallire meglio, è quello che porta alla libertà più alta nell’arte».
Conoscendo la tua passione per la lettura che spazia da testi filosofici al teatro, dalla narrativa alla critica letteraria, mi immagino che componendo quest’opera alcune tue letture abbiamo segnato il percorso e in qualche modo siano entrate nei nuovi lavori. Quali? «Wittgenstein, un autore che amo molto e su cui sono tornato recentemente, come spesso accade con chi apprezziamo di più. E poi un filosofo francese, Pierre Hadot, esperto che ha riletto la filosofia antica come lavoro sulla meditazione e trasformazione del sé. Lo stesso filosofo su cui Foucault ha basato l’ultima parte delle sue riflessioni Tecnologia del sé e La cura del sé tutte fondate sul tema del rendere conto di sé. Includerei anche una lettura estiva Giving an account of oneself, della filosofa Judith Butler, post-strutturalista e femminista. Tra gli scrittori Orhan Pamuk (Premio Nobel 2006) e il suo Il libro nero, perché parla con intensità spaventosa della perdita del sé, anche in modo teorico ma dentro una cornice fortemente narrativa. E poi anche lui parla di fantasmi».
E qui mi inviti tu alla prossima domanda. Quale fantasma c’è in quest’opera? Cos’è il fantasma per te? Una visione, un’ossessione, una presenza che ti perseguita? «La mostra è sul fantasma e sul linguaggio come fantasma. Il linguaggio che crea le immagini e nello stesso tempo può dissolverle. Questa capacità del linguaggio di costruire e dissolvere, far vedere e andare al di là del vedere. Detto questo per me il fantasma è una possibilità di attraversare un’emozione, di essere visitati. È un ospite silenzioso che in parte tu hai convocato e in parte ha deciso di venire. I fantasmi sono la nostra protesi mentale, qualcosa che ti riguarda, che guarda te, ti rimanda la palla. È quando il tuo sguardo ti si rivolge contro e in senso non solo traumatico, ma certo, perturbante».
La mostra in galleria nel suo insieme è profondamente teatrale, il tappeto stesso sostiene Peter Brook genera già di per sé un palcoscenico, e poi la voce registrata narra una storia, insomma si mette in moto un rapporto anche intimo e vagamente promiscuo tra artista e spettatori... «Uso la letteratura e il teatro come ready made. Così come Duchamp - anche se lui applicava il procedimento a oggetti trovati o d'uso quotidiano - li decontestualizzo per ricontestualizzarli nel mondo dell’arte. Tutto è contesto e perciò deconstestualizzabile e in quanto decontestualizzabile è anche ricollocabile in un nuovo contesto. È questo un tema che mi interessa molto. A proposito dell’intimità e promiscuità, sì credo che la scrittura stessa abbia a che fare con l’erotismo, oltre ad avere a che fare con l’incomunicabilità. Mi interessa la dimensione indicale della scrittura, perché quella a mano è un corpo, un soggetto ben preciso e quindi qualcosa di estremamente carnale».
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Pinksummer
Palazzo Ducale - cortile maggiore, piazza matteotti 28r - 16123 Genova
+39 010 2543762
www.pinksummer.com
Note: La galleria č aperta dal martedě al sabato, dalle 15.00 alle 19.30
Aggiornato il 29/09/10
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 © foto: Francesco Cardarelli - "Ti Sento Passare", 2008, 180 x 295 cm, pura lana intessuta a mano, Courtesy Pinksummer Genova
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