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'Tea: a mirror of soul'. Un'opera global

 
Al Carlo Felice una rappresentazione in forma di concerto, musicata dal premio Oscar Tan Dun. Renes ha diretto l'orchestra. La recensione
 
   

     
Genova, 09 giugno 2008
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di Andrea Ottonello
   
Gli occhi sono lo specchio dell’anima? In Cina non è così, è il tè lo specchio dell’anima, almeno stando a quando racconta in musica Tan Dun, classe 1957, un Oscar per la colonna sonora de La Tigre e il Dragone e prossimo autore della musica che animerà i Giochi Olimpici di Pechino.

In Tea: a mirror of soul, infatti, il grande compositore cinese ha dato vita a una partitura complessa, straordinariamente affascinante, coacervo di stili, reminiscenze, realtà, culture che si fondono; in buona sostanza, un’opera global, incentrata sul rito del tè che diventa un viatico quasi socratico per conoscere se stessi attraverso i personaggi della vicenda e ciò che rappresentano (i monaci salmodianti/la religione, Seikyo/la filosofia, il principe/la rabbia, la principessa Lan/amore, l’imperatore/la tradizione, Lu/il tè). Vi raccontiamo tutto questo perché l’opera, scritta nel 2002, è appena andata in scena, sabato 7 giugno, al Carlo Felice in prima rappresentazione italiana, e il pubblico era numeroso e pure entusiasta.

Ad essere onesti, l’opera non è propriamente andata in scena, ma è stata rappresentata in forma di concerto; peccato, un mondo così diverso dal nostro come quello evocato da Tan Dun sarebbe stato bello (e utile) vederlo in scena per andare ancora più a fondo. Musicalmente, ne risulta un universo sonoro composito, che utilizza sostanzialmente il pieno organico dell’orchestra moderna ma – ed è questa la componente che ha immediatamente conquistato il pubblico – facendo anche ricorso di alcuni strumenti naturali: ed ecco quindi la musica che nasce da tre bacinelle d’acqua in cui tre affascinanti cerimoniere con gli occhi a mandorla immergono le mani, le muovono, le lasciano gocciolare, poi cominciano a percuoterne la superficie.

Nel secondo atto è la volta dei grandi fogli di carta sospesi sopra le loro teste: li afferrano, li scuotono, li stropicciano, la musica di carta si diffonde, inviando un messaggio di vento, recita il libretto. E infine (atto III) la musica si sprigiona dalla percussione di vasi di porcellana e di pietre, metafora di un messaggio di destino.
Sono i suoni della natura che osserva, accompagna, commenta quello che avviene in scena. Lawrence Renes è un direttore che ha molta dimestichezza con quest’opera – è di fatto il numero 2 di Tan Dun, e l’ha dimostrato nel riuscire a trasmettere alle maestranze del Carlo Felice un linguaggio e un messaggio musicale che certamente non è nelle nostre corde, ma che è stato restituito con grande convinzione e professionalità.

Qualche dubbio sui solisti e sulle loro reali qualità vocali (e di dizione – imbarazzante – dell’inglese: in un’opera come questa si presume che la forza semantica della parola, in mancanza di cabalette e do di petto, conti eccome); solisti che tuttavia hanno profuso anch’essi il massimo dell’impegno. Come detto, a fine spettacolo, tanti applausi da parte di un pubblico felicemente sorpreso e conquistato.

Con Tea: a mirror of soul si chiude la stagione d’opera di quest’anno; ora l’ultimo appuntamento al Carlo Felice è col balletto, il sublime Romeo e Giulietta di Prokofiev, in scena dal 13 al 18 giugno. E poi, stando alle indiscrezioni, grande kermesse per la presentazione della prossima stagione, il 21 giugno.
Stay tuned.
 
 
 
 
 
 
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