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Alien Injection degli Spirits Burning
Alien Injection degli Spirits Burning
 

Spirits Burning: psichedelia ma non solo

 
Il gruppo guidato dal californiano Don Falcone raccoglie vari musicisti. 'Alien Injection' è pubblicato dall'etichetta genovese Black Widow
 
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10 giugno 2008
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di Riccardo Storti
   

Non è facile parlare di un disco come Alien Injection degli Spirits Burning. Per una serie di motivi. Intanto, gli Spirits Burning non sono un gruppo come altri, ma un assemblaggio di musicisti, coordinati da una prolifica mente dell’underground califoniana, Don Falcone; inoltre si definisco una “Space Rock Collective”… Lo Space Rock: chi non ricorda certi album degli anni Settanta pervasi e invasi da testi fantascientifici con chitarre distorte complici di flauti e sax, su tetre basi di sintetizzatori fischiettanti? Affascinanti, già dai nomi: Space Ritual degli Hawkwind rimane un “must” del genere, per non parlare della trilogia dei Gong con teiere volanti annesse. Fu un’estremizzazione della psichedelica verve tripeggiante che, ancora oggi, miete, se non qualche seguace, almeno diversi figli, più o meno legittimi (Ozric Tentacles, su tutti).

Qui, alcuni padri storici dello space rock si sono ritrovati con lo stesso entusiasmo. Qualche nome? il mitico Daevid Allen (Gong), Michael Moorcock (Hawkwind, Blue Öyster Cult), Roger S. Neville-Neil (Hawkwind), Pete Pavli (High Tide). Sulla carovana anche “entità” più o meno recenti dall’University of Errors dello stesso Allen ai Bubbledubble e alle ulteriori incarnazioni musicali di Don Falcone (Spaceship Eyes, Quiet Celebration, Thessalonians), sino ai Mushroom di Oakland, gli americani Grindlestone e i notevoli Dark Sun di Helsinki.

Ciliegina sulla torta: l’evento ha trovato la propria concretezza discografica a Genova, visto che Alien Injection esce (anche su doppio vinile) con l’etichetta Black Widow Records. Ottimo colpo, quindi, per la label genovese che, sia per qualità, sia per ricercatezza, riconferma una prospettiva di scelta (e di scelte), attenta ad un mercato, sì, di nicchia, ma rivolto ad un pubblico internazionale. Gli Spirits Burning, negli scorsi anni, hanno già pubblicato per i francesi della Gazul (gruppo discografico Musea), per la Mellow Records e l’ultimissimo lavoro (Earth Born, pressoché contemporaneo a Alien Injection) con la britannica Voiceprint.

Basso incalzante, mellotron, sibili di sintetizzatore, una voce profonda e la chitarra dai tratti funkeggianti: siamo dentro all’opener Alien Injection. Sì, va bene, gli anni Settanta, ma alcune deviazioni operate da Don Falcone ci fanno avvertire – a tratti – elementi desunti da un certo sound new wave (Talking Heads, Simple Minds, Joy Division, Cult, Gene Loves Jezebel). Accade pure in New Religion e Salome.
Tutt’altro che omogeneo, Alien Injection si diverte a combinare artifici lisergici in salsa blues (Alpha Harmony e Upturned Dolphin) con distorte immagini acustiche tra cabaret e classicità (Every Gun Plays Its Own Tune, l’irresistibile The Entropy Tango, Ingleborough e Montfallcon). Frequentissimi i collegamenti con la sonora mobilità patchwork dei Gong (Logger’s Revenge) o dei Khan di Steve Hillage (The Hawk), ma anche con alcune caratterizzazioni crimsoniane (la parte lenta di Augustus, l’incedere ipnotico di Future Memories, la chitarra frippiana di Imported Serpents). Volendo, qua e là, si potrebbero scomodare altri nomi, non sempre legati all’epica e alla pratica space, come i Renaissance (Another World), Grateful Dead, il Mike Oldfield di Crises (Salome) e qualche demiurgo del fingerpicking (Heaven).

Un’ 'aliena iniezione' intramuscolare, che va metabolizzata prendendosi tutto il tempo necessario, perché si sente il sapore del labirinto da cui non si vuole uscire per scoprire sempre ulteriori dettagli, seguendo le tracce di suoni senza via d’uscita. E Genova li ha discograficamente accolti…non è poco…

 
 
 
 
 
 
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