Pochi lo sanno, ma il più grande compositore di musica da film è anche uno dei più grandi geni della musica classica del Novecento: e cioè il russo Sergej Prokofiev (1891 – 1953). Sono sue le musiche dei film di Eisenstein, Ivan il terribile, Alexandr Nievskij, e via dicendo. Il rapporto di Prokofiev con le immagini, la sua potenza evocativa, il suo scavare nei sentimenti e nei recessi dell’animo umano e restituirceli con chiarezza e verità, è una magia contenuta anche nel suo capolavoro per il balletto, Romeo e Giulietta, che il Carlo Felice ha scelto come ultimo titolo della stagione 2007-2008. Scritto nel 1936 in piena fedeltà al capolavoro shakespeariano, ne abbiamo visto e ascoltato la versione messa in scena dalla Compañía Nacional de Danza di Nacho Duato, in prima rappresentazione italiana.
Un Romeo e Giulietta che si impone per la sua intensità e una particolare attenzione alla fluidità del movimento, e che riesce a combinare le radici classiche ad una sensibilità contemporanea: più che la precisione tecnica emerge il dinamismo dell’azione narrativa, che diventa espressione emotiva. Fortemente cercata la coralità scenica dell’azione che vede coinvolti i diversi protagonisti, in particolare all’inizio del primo atto nella piazza del mercato, e al ballo in casa Capuleti. Luisa María Arias tratteggia con delicatezza l’evoluzione interiore del personaggio di Giulietta, dalla acerbità delle prime scene, alla passione per Romeo, un romantico Gentian Doda con il quale si crea un intimità palpabile, in particolare quando dominano la scena alla fine del primo atto e quando sono insieme prima della partenza di lui nel secondo, fino alla folle determinazione nella decisione di ingerire la pozione che simula la morte - scena che termina con la protagonista abbandonata sul letto come in un Incubo di Füssli - e al tragico epilogo. La leggerezza delle mezze punte contribuisce alla morbidezza dei movimenti, accompagnata dai costumi; le scene sono essenziali, quasi scarne: la collocazione geografica dell’azione è fornita all’apertura del primo atto dalla presenza quasi incombente dello stemma scaligero della città di Verona. Ad aggiungere suggestione i forti chiaroscuri creati dalle luci: nella quasi totale oscurità del teatro alcune scene sono sottolineate con particolare tensione drammatica, che sfocia a tratti in enfasi coloristica come nel finale all’interno della tomba.
Se quindi dal punto di vista visivo si è trattato di un successo pieno, dal punto di vista strettamente musicale ha invece destato molte perplessità la prova dell’orchestra del Teatro, che è parsa indifferente al testo musicale che era chiamata a restituire. Anziché dare corpo e anima sonori ai personaggi che si dibattevano in scena, ha pericolosamente teso ad appiattirne la fisionomia, stemperandola in un clima di indifferenza. Pedro Alcalde, direttore d’orchestra al seguito della Compañía, ha sovrinteso a questa realizzazione musicale in maniera notarile. Plauso dunque ai magnifici ballerini spagnoli, che ci hanno deliziato la vista facendoci quasi dimenticare che a farla da padrone era Sergej Prokofiev.