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Presence
 

Presence e Graal: il prog si fa duro

 
L'etichetta genovese Black Widow sforna 2 album di hard rock: 'Evil Rose' e 'Tales Untold'. Tra assoli di chitarra e tributi a band di culto
 
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17 giugno 2008
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di Riccardo Storti
   

Continua la nostra breve rassegna sulle ultime uscite della label genovese Black Widow Records.

Presence: trio napoletano giunto al settimo cd. Non si può più parlare di band emergente; nel panorama progressive nazionale ormai i Presence rappresentano una realtà musicale ben consolidata. Amano le tinte fosche e i suoni duri, ma, al tempo stesso, si lasciano coinvolgere dai moduli cari ai gruppi storici degli anni Settanta. Apparentemente sembra il solito ensemble tecnicamente strapreparato di neo-prog, o per alcune rilevanze timbriche, prog metal; poi, ci si rende presto conto che c’è un unicum, la cantante Sophya Baccini, una delle performer più originali del momento, al di là di qualsiasi etichetta o genere precostituito.

L’ultimo lavoro Evil Rose ricalca le orme di un discorso musicale che parte da molto lontano: la title track è una suite di oltre 18 minuti, ricca di riferimenti italiani (Balletto di Bronzo, Banco del Mutuo Soccorso, Museo Rosenbach) e britannici (Emerson Lake & Palmer e Van Der Graaf Generator). Non si discutono i parametri interpretativi, però, nelle grandi forme, spesso il prog contemporaneo finisce per arenarsi tra ipertrofiche iterazioni tematiche e dimostrazioni di potenza individuale, come se l’assolo di una chitarra – riverberato e velocizzato al massimo - potesse, in qualche modo, sopperire a umani e naturali manchevolezze compositive. Evil Rose, nel complesso, risulta un CD attentamente elaborato, confezionato con cura e dovizia di particolari, ma, talvolta, l’eccesso di zelo porta la band a sfiorare quel limitare oltre al quale si rischia di cadere nell’indistinto calderone di una forzata simbologia sonora progressive. Ci si salva in corner con l’essenzialità di No Reason Why, nel gioco dei tributi (ottime le cover The Prophet’s Song dei Queen e Gates of Babylon dei Rainbow) e grazie alle sublimi verticalizzazioni vocali nei primi minuti di Orphic. Al centro sempre lei, Sophya Baccini.

I laziali Graal, nel loro Tales Untold, in barba al titolo, di cose ne raccontano. E che il Graal con i tales non vi faccia sviare la mente verso leggende medievaleggianti di cavalieri, armi, amori e donne. Questo è un disco che ci trasporta in possenti ambientazioni hard rock, ingentilite – qua e là – da quel minimo di venature progressive. Riff convincenti, chitarra e basso in complicità con casse a quarti felici di sdoppiarsi, alte temperature per merito della voce di Andrea Ciccomartino e di un set di tastiere mai invasive e sempre pertinenti. È un suono americano, in tutto e per tutto; il rock duro come lo fanno (e lo hanno fatto) al di là dell’oceano, per cui l’implicita e corroborante durezza va' di pari passo con felici impasti corali.

Se Crosby, Still, Nash & Young incontrano i Kansas potrebbe accadere quanto si ascolta in Silver Wings, Fairyland e Knife Edge. Spinte più progressive si notano nella frenetica alternanza di tempi in Broken Heroes, dove la ritmica di 5/4 domina una canzone con qualche debito nei confronti di Mark Farner (Grandfunk Railroad). We are an American Band? No, tutto ciò accade in Italia e oggi. Forse, lo si percepisce un po’ di più nei sereni strumentali Tales Untold e Walk of Clouds. E poi, sotto sotto, c’è puzza di concept album, ma allora i cavalieri ci sono o no? Probabilmente sì, ma si chiamano Led Zeppelin, Uriah Heep, Saxon, Thin Lizzy, Deep Purple, Iron Maiden e Wishbone Ash.

 
 
 
 
 
 
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