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genova  >  spettacoli  >  C'era una volta il rock

Pink Floyd, dal rock al jazz

 
Rita Marcotulli reinterpreta la band inglese. Piano, sax, suoni elettronici. E la voce di Raiz per un tocco di psichedelia mediterranea
 
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24 giugno 2008
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di Riccardo Storti
   
Rita Marcotulli
Rita Marcotulli

Quinta uscita per la collana Jazz Italiano Live 2008 (La Musica di Repubblica-L’Espresso) dedicata ai Pink Floyd. Artefice dell’operazione, la pianista romana Rita Marcotulli, attiva compositrice ed interprete del panorama europeo che vanta collaborazioni con importanti artisti di varia estrazione musicale (da Pino Daniele a Billy Cobham, da Ambrogio Sparagna a Enrico Rava). Con lei, una band dai tratti atipici: l’inglese Andy Sheppard ai sax (tenore e soprano), Giovanni Tommaso (ex Perigeo) al contrabbasso e Alfredo Golino alla batteria. E fino a qua nulla di strano: un quartetto jazz. Ma l’ensemble si arricchisce di una chitarra elettrica (quella di Fausto Mesolella degli Avion Travel), del basso elettrico di Matthew Garrison (attuale bassista di Pino Daniele e figlio di Jimmy Garrison che suonò con Coltrane), delle percussioni e degli electronic sound di Michele Rabbia, ma, soprattutto, della voce inconfondibile di Raiz, ex cantante degli Almamegretta. Ed è subito contaminazione.

Nelle note interne, si legge una frase illuminante: «È jazz? Sì, anche. È rock? Sì, certo». E verrebbe da aggiungere: «È progressive», perché il lavoro di imbastardimento degli stili portato avanti dal gruppo, sul filo di un’improvvisazione - solo apparentemente - jazzistica, alla fine ci consegna un documento di indubbia (alta) qualità. I Pink Floyd ne escono bene, soprattutto “rispettati”, ulteriormente dilatati ma non stravolti, e diventano, a loro insaputa, un veicolo di inaspettati punti di fuga.

L’inizio è un’antifona cara alle orecchie degli appassionati: il ticchettio degli orologi di Time, l’arpeggio di Shine On You Crazy Diamond e poi via, con un classico dei primi Pink Floyd, Astronomy Domine. La Marcotulli al piano elettrico Fender Rhodes, le pulsazioni ritmiche, riprese qua e là dal sax di Sheppard che, a tratti, sembra conferire al brano scure rifrazioni attinte dai Van Der Graaf Generator. Da capogiro il cuore centrale: l’organizzazione di un caos free, ma libero di tornare all’ordine quando vuole. E il timbro di Raiz assomiglia quasi a quello di Peter Gabriel con un sospetto di raucedine black. 
È un Raiz che lascia il segno: con lui Money diventa una sorta di rap; Set the Controls for the Heart of the Sun un episodio di jazz psichedelico mediterraneo.

Ciò che rende accattivante questo CD è anche la scelta dei brani, selezionati tra gli album meno “evidenti” come la colonna sonora More (Cirrus Minor e Crying Song), Meddle (il divertissement swing Saint Tropez) e Obscured by the Clouds (Burning Bridges).
The Wall non è dimenticato grazie ad una suggestiva versione di Goodbye Blue Sky. In linea anche la composizione della pianista (Melodico), tra impressionismo e mood da soundtrack. Icastica chiusura con un pallino della Marcotulli, quell’Us and Them, già proposta nel 2006 in The Light Side of the Moon. Pare che l’idea (e la sfida) di rivedere (e risuonare) i Pink Floyd sia nata proprio da lì. Il pianoforte della Marcotulli gioca su notine ripetute, come se fossero debussyane Cloches à travers les feuilles, mentre si diffondono atmosfere sonore di una chitarra slide e di suadenti volute di sax con un figlio di Annibale sempre pronto ad irrompere.

Per chi fosse interessato, la Marcotulli floydiana sarà presente al Festival Jazz di Roccella Jonica (RC) il 23 agosto 2008.

 
 
 
 
 
 
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