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Agnelli: la vera cultura è tra la gente

 
L'intervista al leader degli Afterhours. Ci racconta come è andata negli Usa, le magagne di Milano, le gioie della figlia. Il 16 a Genova
 

 
   

     
Genova, 7 luglio 2008
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di
Daniele
Miggino
   
Manuel Agnelli
Manuel Agnelli

Afterhours, vent’anni di rock vero, in Italia e non solo. Scusate se è poco. E non è mica finita, anzi. Il gruppo di Manuel Agnelli ha appena sfornato il suo ottavo album – I milanesi ammazzano il sabato – lanciato con una mini tournèe in primavera. Poi è partito alla volta nel Nordamerica, tra New York e Toronto. Quando chiamo Manuel, che risponde da una Milano bollente di inizio luglio, il tour estivo è già partito.

Come va?
«Bene, a parte il caldo. Sono molto contento della mini tournèe fatta a maggio tra locali e palazzetti, soprattutto per come l'abbiamo intesa noi. L’atmosfera in quelle location non è sempre facile. Abbiamo proposto quasi solo brani del nuovo disco, come facciamo sempre. Nei concerti estivi, invece, la scaletta sarà più lunga, con pezzi vecchi vicino ai nuovi, una sequenza meno concettuale che accosta pezzi oscuri a quelli gioiosi, Germi e Sui giovani d’oggi ci scatarro su vicino a Mi trovo nuovo e Tarantella dell’inazione».

Vi piace vedere la reazione del pubblico di fronte ai vostri nuovi lavori. E come reagiscono?
«Bisogna dire una cosa, il motivo per cui presentiamo subito le canzoni nuove nei live è egoistico e sincero allo stesso tempo. È l’unico modo tenere alta la tensione positiva dopo tanti anni. Un misto tra convenienza e piacere. Detto questo, per fortuna non abbiamo un pubblico solo. C’è chi ci conosce da una vita e chi da un anno, chi ha 16 anni e chi 40. Quello che cerchiamo di fare è non presentarci in modo scontato, preferiamo la sorpresa, e spesso la troviamo».

Fuggi la sindrome dell’evergreen, l’ansia del pubblico che non aspetta altro che il cavallo di battaglia
«Guarda, quando il pubblico cresce di numero diventa più difficile. C’è quello che ti ascolta da vent’anni e si è irrigidito, crede di conoscerti meglio di quanto tu non conosca te stesso. Oppure quello che non ti conosce e si aspettava qualcosa di diverso. Bisogna mettere in conto anche i sentimenti negativi, ma la cosa più importante per noi, l’unica strada, è non rendere conto a nessuno. Comunque, sin dall'album Germi ci capita di sentire critiche del tipo che ci siamo venduti a qualcuno o a qualcosa. Ho sentito criticare Ballata per piccole iene da persone che oggi lo considerano un capolavoro. Le critiche sono anche il prezzo di questa libertà».

Parecchie buone critiche anche dall’estero, un servizio su Time Out New York. Il vice-presidente di Rolling Stones Usa che vi paragona a Nirvana e Red Hot Chili Peppers. Che ti piaccia o no l’accostamento, che effetto fa?
«Provo grande orgoglio, inutile dire altro. Quando leggi che il Washington Post, il Boston Globe, lo stesso Time Out, parlano di te, bene per di più, ti si gonfia l’ego a dismisura. Oh, ragazzi, qui è come giocare in Chiampions League….».

Cosa vi ha lasciato quell’esperienza?
«Ci ha convinto che in fondo qualcosa valiamo. Dopo tanti anni tendi a convincerti che ti sei solo gestito bene, ma è sempre più difficile stupire. Quando incontri un paese diverso, un nuovo pubblico, sei di nuovo puro, fresco. Qua siamo dei dinosauri, là eravamo freschi. Ti dà un senso di libertà mostruosa, pochi possono fare una cosa simile a 40 anni suonati».

Come è stato l’impatto col pubblico?
«Per noi è stato come ritrovare una tensione primordiale. Suonavamo in locali con 150 persone al massimo, una nicchia. Erano curiosi che venivano per ascoltare, per sentire. Un pubblico molto attento. Diciamo la verità: prima di andare all’estero ci stavamo un po’ deprimendo, eravamo soffocati, celebrativi. E siccome non siamo i tipi che suonano per drogarsi e farsi le ragazzine, non andava benissimo. Oggi, dopo quell’esperienza, fa di nuovo piacere tornare ad essere un po’ celebrativi».

Pensi a una carriera fuori?
«Assolutamente no, non me ne frega un cazzo di fare dieci anni di gavetta in Belgio. Penso che continueremo così, cercando un’etichetta di qualità con cui fare un minimo di date».

Il brano che dà il titolo all’album I milanesi ammazzano il sabato parla di famiglia. L’ultima canzone della track list è una ninna nanna dedicata a tua figlia. Come ti ha cambiato la vita Emma?
«Ora dico una cosa banale, che però è così: è una cosa forte, violenta, ci si mette un po’ ad abituarsi, ma finalmente ho qualcosa che è più importante di me e della mia musica, un valore alternativo. È normale che questo influenzi anche quello che scrivo».

Passiamo ad altro. Qualche giorno fa Cesareo diceva che Milano è protagonista di un declino culturale negli ultimi anni. Anche tu senti questa situazione?
«Direi proprio di sì, e non vedo molta luce. Gli Elio e le storie tese sono tra i pochi gruppi che portano alla luce questi problemi. Ed è giusto così, che chi ha la possibilità si faccia sentire. Ma più che culturale a me pare un degrado sociale, Milano è diventata una città dormitorio che appartiene a banche, finanza e terziario. Tutti scappano via la sera: è una sorta di suicidio collettivo».

Perché secondo te?
«Perché è tutto e solo business, anche la cultura. L’amministrazione sta chiudendo i teatri che non si reggono da soli: cioè tutti. Non ci sono agevolazioni per aprire un locale, eppure i soldi non mancano visto che crescono cantieri ovunque. Tutta l’attenzione è puntata sull’ordine pubblico, ma sappiamo bene che la criminalità sguazza quando un’area non è vissuta. Ci vorrebbero parchi, passeggiate, teatri, eventi. La vera cultura nasce e si alimenta in mezzo alla gente. Però i milanesi non si lamentano, non scendono in piazza e continuano a votare nello stesso modo. Guarda, potrei parlare ore e ore su questo».

A Genova abbiamo ospitato un dibattito sugli spazi musicali, che mancano. Ma i genovesi hanno sempre considerato Milano una specie di Mecca della musica
«Se vai a vedere i locali mancano anche a Milano. La Mecca è creata dal business, ma in città di locali dove fanno concerti dal vivo con frequenza sono due. I diecimila gruppi che gravitano nella zona ci suonano mille volte l’anno. Io mi sono stufato di posti di merda dove si fanno concerti di merda, e ti danno pure la birra annacquata. Tutte queste cose noi le subiamo».

Passiamo a Genova. Una volta hai detto che è una piazza difficile. Cosa intendevi?
«Io non conosco alla perfezione la situazione, ma credo che come in altre città alcuni monopoli culturali abbiamo finito per far male alla cultura. Mentre Milano è un luogo passaggio, venire a Genova non è così facile. Io giro l’Italia da vent’anni, conosco bene tanti posti. Genova no: ci sarà un motivo no?».

 
 
 
 
 
 
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