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GoaBoa 2008: l'anteprima

 
La prima serata del festival genovese. La musica indie del Teatro degli Orrori. Linea 77 stilisticamente coerenti, nonostante Ferro
 
   

     
Genova, 14 luglio 2008
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di Stefania Pilu (Teardrop)
   

Et voilà! Il GoaBoa è tornato. Dopo la mezza edizione dell'anno scorso si è giunti, siore e siori, all’ufficialissima decima puntata del Festival: si aprano i festeggiamenti, dunque. Perciò, per cortesia, partecipate numerosi, che il deserto di pubblico accorso alla prémiere di sabato 12 all’Arena del Mare deve rimanere solo un pallido ricordo. E poi non diciamo che a Genova non succede mai niente, eh. Perché sul palco c’erano dei validi motivi per accorrere incuriositi, perdincibacco.

Negli anni, il GoaBoa mi ha permesso di scoprire o di confermare quasi puntualmente realtà musicali sempre originali e dirompenti: dai tempi degli International (Noise) Conspiracy, passando per gli Sharko e Anthony & the Johnsons, ogni edizione mi ha lasciato nella memoria il ricordo di artisti ben forniti dei cosiddetti. Anche questa serata inaugurale mi ha colpita. Per fortuna, non in senso fisico.
L’anteprima all’edizione di quest’anno, tra indie, punk e alternative rock, è un ibrido di generi contaminati che possiedono un denominatore comune: tutti i gruppi che si sono avvicendati sul palco sembrano emergere dall’oscurità e si beano di galleggiare a due dita dal buio.
E tutto ciò a partire dai giovanissimi genovesi The Last Banned: i vincitori dell’MTV Your Noise 2008, capeggiati da una signorina che ama i pois, portano il ciuffo emo, una piccola piaga societaria, ormai, ma sanno stare sul palco e si fanno portavoci di sonorità interessanti, seppur ancora acerbe, desunte dal patrimonio del punk storico e dall’attuale scena californiana di genere. Ouh, com’è come non è, mi ricordano i Blink 182 dei tempi di Enema of the State.

Illuminati da violente luci rossastre, si dispongono sul palco i quattro membri de Il Teatro degli Orrori, il supergruppo capeggiato da Pier Paolo One Dimensional Man Capovilla e con Gionata Mirai dei Super Elastic Bubble Plastic alla chitarra.
Il Teatro è uno dei parti più gloriosi e convincenti dell’ultima infornata di gruppi cosiddetti indipendenti della scena italica: li ho scoperti per caso, una notte, facendo zapping televisivo, rimanendo impressionata dalla loro potenza visiva e sonora. Il video in rotazione era La canzone di Tom: mi colpì per il testo che, in qualche maniera, mi ricordava vagamente il De André di Non al denaro, non all’amore, né al cielo.

In effetti, il cantautorato storico italiano pare sia uno dei loro punti di riferimento: scavalcando l’ondata di suoni lo-fi particolarmente veementi su cui primeggia forsennata la batteria di Francesco Valente, si scoprono vere e proprie perle dialettiche, in cui la fa da padrona una malcelata malinconia. Il connubio di liriche vibranti e di sonorità sporche ma calcolate ritrovo gli accenti del felice debutto dei Marlene Kuntz.
I brani dell’album di esordio, il profetico Dell’impero delle tenebre pubblicato alla fine del 2007, parlano di ricordi, di solitudine, di disincanto: Vita mia, Maria Maddalena, Il turbamento della gelosia, Carrarmatorock.

Nel turbinio di suoni rabbiosi, stridenti ed aggressivi, mal supportati dall’acustica zoppicante dell’Arena, è estremamente difficile da cogliere l’intensità dei testi: in compenso, l’esibizione del Teatro è molto fisica, la gestualità ubriaca di Capovilla, con la pancetta birrosa che ammicca dalla camicia nera, è ipnotica e inquietante. La furia dell’esibizione scatena un gruppetto nelle prime file, pronto a pogare con convinzione: «Pochi ma buoni», sorride luciferino il frontman. Parla di amore e ideologie (Compagna Teresa), di ricordi e desideri innocenti (Lezione di musica), ma sembra pronto a vibrare un coltello per colpire direttamente al cuore per poi riderne.

Con i Linea 77 cambia il registro stilistico, ma permane l’atmosfera cinica.
I torinesi portavoci del crossover tricolore sono evidentemente più politicizzati e, a modo loro, ruffiani, nella loro demagogia dal sapore tardo adolescenziale, ma ho sempre apprezzato il respiro oserei dire meditativo dei loro brani: Diabolus in musica, Penelope, Evoluzione, Inno all’odio, Il mostro raccontano di disagi personali ma diffusi, di volti persi nei ricordi. Come molti, a suo tempo sono rimasta interdetta dal duetto con Tiziano Ferro contenuto nell’ultimo album, Horror vacui: sentirli dire, adesso, Crisi di nervi discografica/ Sciogliete i cani per capire cosa va di moda oggi/ Compra ragazzino, compra suona un po’ vuoto, anche se, a conti fatti, l’esperimento discografico si è dimostrato più che dignitoso.

Letti senza l’accompagnamento musicale, i testi dei Linea 77 potrebbero benissimo essere spacciati per quelli di un album di valida musica leggera, ma supportati dal possente impianto ritmico di Tozzo e Dade e dalla chitarra di Chinaski diventano buoni esempi di quel rapcore teorizzato dalle loro guide spirituali, i Rage Against the Machine.
Emo e Nitto si alternano nei fraseggi, incitando gli astanti, in bilico sul bordo del palco, guardando negli occhi chi è aggrappato alle transenne: è un urlo unico e compatto quello che si leva su Indomita Genova/Le lacrime di luglio, a metà del testo di Fantasma, sul finire del concerto.

Qualche minuto dopo la mezzanotte, si spengono le luci e tacciono le voci: un’ordinanza comunale ha imposto l’ora delle streghe come termine ultimo per le esibizioni. I Linea si ritirano, forse controvoglia, e si beccano qualche fischio per aver rinunciato a disobbedire con almeno un bis.
Figli cari del GoaBoa, non si può aver tutto, eh!

 
 
 
 
 
 
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